Viola

Abbiamo superato, con passo molle d’insetto,

quella fase educata in cui io avevo deciso di non disturbarti

e tu di non perdermi.

Per questo, ogni sera, come una preghiera vespertina, la tua lettera mi giungeva attesa. Dalla mia finestra vedevo le viole nel giardino. Campane piccole e livide disposte a macchia sopra la terra. Disposte in fila sul davanzale. E ricamate a mano sul mio cuscino.

La tua lettera giungeva attesa, passando da una mano all’altra, finché non oltrepassava la porta bianca della mia stanza. E sembrava che la portasse il vento, su onde incandescenti di saliva, o che fosse dotata di vita propria, e in grado di danzare sulle punte di carta che definivano la sua figura.

Tu mi scrivevi su una carta che mi portava agli occhi l’odore delle tue mani. Non avevi abbandonato la china né lo studio della calligrafia. Così il corpo della tua scrittura era ottocentesco, egizio, orientale. Mutavi i geroglifici flessivi della nostra lingua in piccoli disegni che io vedevo diventare ora farfalla, ora nuvola, ora foglia.

L’ansia di leggerti era sempre imprevista e trattenendo il fiato prendevo coscienza delle labbra serrate, del petto che pulsava più forte, e della mano che mi tremava. Scostavo le ciocche di capelli che mi ricadevano sulla fronte, mosse dal desiderio di raggiungerti presto. Punte di seppia che si intrecciavano con la tua rugiada nera. Trattenevo il fiato finché giunta a metà il nodo d’ansia si scioglieva e mi scaldava la schiena un sudore lieve di abbandono. E la bocca si allungava in un sorriso, e la mente prendeva a cercarti.

Sicché chiudevo gli occhi, ormai terminati i saluti, e mi lasciavo andare alla nostalgia e alla speranza, ostinata come una terribile malattia, che mi lacerava il corpo e il sangue. Ti cercavo col pensiero mentre la mia vita s’imponeva incenerendo i sogni: la certezza del non poterti avere.

Quelle nostre conversazioni, che ci ritagliavamo in uno spazio angusto eppure colmo, rimarranno sempre il nostro segreto. Ciò che sarà reso pubblico, un giorno, sarà il sentimento di pienezza e colpa che ha pervaso tutto il tempo la mia anima e la mia carta. Sarà il dubbio e il desiderio di scriverti ancora, e ancora, e ancora. Sarà l’eleganza e il riserbo dei gesti, la forma di un amore senza audacia che si è consumato per anni nel silenzio, nell’esplosione inquieta e invisibile dei nostri occhi, nelle nostre bocche inviolate e nell’irrequietezza delle nostre notti. Questo sarà reso pubblico. Perché questa è l’ultima lettera che le mie mani possono regalarti e rimarrà qui, sul cuscino ricamato di viole, nella stanza bianca di davanzali rinsecchiti, in mezzo a un giardino tramortito dal vento, rimarrà qui finché qualcuno non verrà a cercarla.

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7 pensieri su “Viola

  1. “Abbiamo superato, con passo molle d’insetto,

    quella fase educata in cui io avevo deciso di non disturbarti

    e tu di non perdermi.”

    è meravigliosa.
    vado a dormire con il suono di queste parole nella mente.
    un abbraccio

    :)

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