Sì, sto scrivendo di te

Caro attentatore alla mia serenità,
questo tuo pensiero mi attraversa, trapassandomi torace e sterno
da carne a carne e rimanendo fermo.
Forse si scolla un po’ da sotto
ma scatti una foto dal basso
che riprende bene una ferita.

Ogni tanto le tue parole
le incido sul palmo
con la saliva.

Come ad esempio “stagno”.
Che all’una e ventidue di questa mattina
leggo ad impulsi elettrici e mi si allaga dentro.
“Sesso” direbbe qualcuno, e qualche altro “stasi”.

O potrei dire anche “pulire”.
Tu ti asciugheresti piano la fronte, alta sopra la quiete del crepuscolo e mi diresti: “è opera mia, che ne pensi?” e io sorriderei come si fa a un amico che non vedi da tanto e non ti direi più niente, ti guarderei sospesa mentre con gli occhi rossi scatti una fotografia.

Forse sarebbe rottami ardenti o forse sarebbe in un attimo.

Forse sarebbe saccheggio, l’opera mia che non puoi contraddire. La rabbia che puoi sfogare.

Forse sarebbero tutte le parole che hai detto a risalire
come nebbia dal mare
come conato di notte.
Forse sarebbe la notte,
e sperare che piova
e sperare che smetta
quest’incubo molesto che scarica
da ogni lato vita nell’acqua.

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