Atti Impuri Poetry Slam 2015 – Torino

Lettori cari e soprattutto piemontesi,

venerdì prossimo sarò a Torino per partecipare all’ultima sessione dell’Atti Impuri Poetry Slam insieme ad altri sette poeti e poetesse (qui trovate tutti i dettagli della serata).

Vogliamo parlare del fatto che venerdì è 17?
Vogliamo parlare della tremarella da esibizione?
Vogliamo parlare del fatto che ancora non ho preparato la valigia?
Bene, parliamone di presenza davanti a una birra.

Vi aspetto.

Cosa spinge un uomo

Cosa spinge un uomo
a confidarsi
con una donna
di trent’anni più giovane
raccontando la clandestinità
della sua storia e cosa
spinge la donna
ad ascoltare senza chiedere
senza giudicare
quella storia la cui ombra
tanto le assomiglia.

Una stanza con le pareti verde acqua

Delle centossessantotto ore presenti in una settimana ce ne sono quattro in cui sto bene. Le trascorro in una stanza con le pareti verde acqua, sedie colorate e tavoli pieghevoli di metallo. Su uno c’è un contenitore di plastica pieno di pennarelli, per metà non funzionano. Prima dell’inizio della lezione fotocopio le schede di lettura e gli esercizi. Sempre su carta riciclata. Sei copie. A volte avanzano, a volte non bastano.

Spesso c’è un nuovo studente. E spesso ne manca qualcuno dei vecchi. Ogni volta che manca qualcuno mi chiedo perché. Se ho sbagliato qualcosa, se si sono annoiati, se hanno dovuto fare un turno doppio al lavoro, se hanno la febbre. Ieri mancavano Sing, Sital, Abdelouahed, Ram e Thiarno. Ma sono tornati Akvile e Houssain. Ed è arrivato Pascal. Pascal dice di essere timido, ma parla in italiano con naturalezza e finisce gli esercizi prima che gli altri abbiano cominciato. È evidentemente troppo bravo per seguire il corso base, dovrebbe passare all’avanzato. E Thiarno era evidentemente troppo alle prime armi, avrebbero dovuto assegnarlo all’alfabetizzazione.

Ma io sono egoista e vorrei che restassero tutti al corso base, con me. Non solo perché ho bisogno della loro presenza, ma anche perché trascorro almeno cinque minuti a cercare di capire come pronunciare correttamente il loro nome. Il nome è la prima storia che hai imparato, la tua, la sola che si manterrà costante, la sola che riconoscerai e che verrà riconosciuta quando tutto il resto di te sarà cambiato o distrutto o dimenticato. È il tuo cuore esposto e solo pochi possono pronunciarlo senza violare quella speciale intimità.

Quando ho chiesto ad Abdelouahed se potevo chiamarlo Abdel lui ha fatto una smorfia indispettita e ha cercato di spiegarmi che non potevo, perché il suo nome, per intero, significava “figlio di un solo Dio” e non ammetteva alcun diminutivo. Così tornando a casa mi sono ripetuta quel nome decine di volte, mentalmente e ad alta voce, lungo tutta via Etnea, cercando il punto giusto in cui porre quell’acca aspirata così goffa nella mia bocca e così disinvolta nella sua.
Quando avevo finalmente imparato a pronunciarlo non è venuto a lezione. Io non vedevo l’ora di dirgli “Abdelouahed, tocca a te, che verbo mettiamo nello spazio bianco?”, ma lui non c’era. Nessuno, non mettiamo nessun verbo nello spazio bianco.

Anche per questo sto bene in quelle quattro ore. Imparo la sconfitta, la perdita. Imparo che non tutti restano. Qualcuno non ha motivo di restare, per qualcun altro non sei un motivo sufficiente per restare. Lo imparo a gola stretta, lo imparo per quelli che sono rimasti. Scrivo il presente indicativo del verbo fare con un pennarello azzurro sul cartellone e quando mi giro vedo i loro sguardi concentrati, le sopracciglia corrugate e le labbra arricciate. E così pieni di domande spostano i loro occhi nei miei. Io quel senso d’attesa fiduciosa, del puro affidarsi a un altro non l’ho provato mai. Io sto dall’altra parte, col pennarello in mano, a chiedermi se riuscirò a non deluderli. Quello che ci accomuna è l’assenza di barriere. Per questo sono grata, per il fatto di non dover espugnare nessuna fortezza. Perché in quella stanza tutto è dato e tutto è accolto.

L’assedio

C’è un confine che mi sono imposta di non varcare più. Ed è il confine oltre il quale tu sei interamente tu. Ogni volta che ho provato a superarlo hai tracciato un margine ulteriore, non tanto con l’intento di sfuggirmi quanto per la paura che potessi effettivamente raggiungerti. Se ci fossi riuscita avresti dovuto difenderti, sarebbe stato un assedio, almeno dalla tua prospettiva. Avresti dovuto fare i conti con l’imprevisto, fosse stato pure un imprevisto atteso, un rimedio fittizio a una qualche mancanza.

Per svariati mesi non mi sono preoccupata di questo, né ho rispettato la tua paura o la tua reticenza. Ti ho assediato lo stesso, in silenzio, con dolcezza, simulando docilità e devozione, ma sebbene dolce, un assedio resta un assedio.

In ogni guerra c’è l’aggressore e l’aggredito. A parti invertite, nessuno si riconosce più nel ruolo originario. Chi ha provocato lo stupro? Chi ha violato l’accordo? Nel mezzo della battaglia mi sono chiesta a chi appartenesse la mano che infliggeva il colpo, a chi il sangue.

Oltre quel confine c’è la tua piazzaforte. Le rovine che credi di proteggere sottraendole agli occhi della moltitudine. Così anch’io ho creduto che fossi tu la luce, la ricca città, la seduzione della scoperta, l’archetipo. Ma colpo dopo colpo, resa dopo resa, ho capito che a sedurmi era la possibilità stessa dell’assedio, e che oltre quella fortezza, oltre quel confine protetto e venerato come un idolo, c’erano solo cartapesta e noia.

Vorrei dire che ne è valsa la pena. Ma non è così, non vale la pena. Dimostrare coraggio solo per mostrare d’averlo, ostinarsi nell’impresa per illudersi del suo valore, resistere per acquistare tenacia, niente di tutto questo serve, niente è giusto in sé, nessuna causa è giustificata per natura.

Alla fine di questa guerra non avrà più importanza riconoscere l’aggressore e l’aggredito (o forse l’uno si riconoscerà nell’altro). Alla fine di questa guerra non si conteranno più nemmeno le ferite, gli occhi saranno troppo stanchi. Non festeggeremo le vittorie, non ci daremo colpa per le sconfitte. Non ragioneremo più nei termini del disastro o della conquista. Giaceremo lontani e sprovveduti, esattamente come avevamo cominciato.

Anche se sono cieli differenti

Quell’occhio, a guardarlo meglio, sembra un grumo di sangue,
così mi sono chiesta quanto tempo serva per rimarginare
a noi che siamo ferite, a stento ci alziamo dal letto
come bandiere, ci inquieta il vento, anche se è solo un soffio

del tuo vento: mi inquieti. Non ti ho più rivolto
la parola, non ti ho detto dell’espressione di disgusto
e nostalgia quando leggo il tuo nome. Considero la mia vita
alternativa alla tua. In questo luogo dove io sono e tu non sei
cerco di renderle giustizia, cerco di vendicarmi

del fatto che io sono e tu non sei. La riempio di presente
impegni appuntamenti incastri, la perfezione.
Ho conosciuto sedici persone
nell’ultimo mese. Frequento delle lezioni obbligatorie
tutto sommato inutili, preparo le dispense per la sera

(avevo un dolore da colmare tra le 20.00 e le 22.00:
adesso insegno italiano agli stranieri) solo per darti ragione:
ho un’altra vita, da un’altra parte, certo che hai ragione
ma la ragione di tutto questo non sa niente, il cielo
continua a scorrerci negli occhi.

Ti ricordi dei pesci

Ti ricordi le lucciole
sopra i fogli, parcheggiati
tra i lampioni e le tre di notte
ti ricordi dei pesci
i trucchi per proseguire
fissare la mia bocca
nel tuo specchietto retrovisore
trovare il tuo accendino
nella mia tasca destra
preludere al finale
raccomandarci al destino
scoprirci nei mesi
pieni di ferite.