Ti ricordi dei pesci

Macchie sui vetri
la pioggia il tuo ritorno
desiderio immaturo di un anno
lambire il tuo fianco
fissare la mia bocca
nel tuo specchietto retrovisore
ti ricordi le lucciole
sopra i fogli, parcheggiati
tra i lampioni e le tre di notte
ti ricordi dei pesci
i trucchi per proseguire
trovare il tuo accendino
nella mia tasca destra
raccomandarci al destino
preludere al finale
scoprirci nei mesi
pieni di ferite.

Esondazioni

Finché non ho cercato
un argine al torrente
l’acqua ha proceduto nel suo corso
sia pure singhiozzando
rotta dalle pietre.

E non chiedeva d’essere
né fiume né torrente
né foce né affluente
né delta né estuario:
d’essere chiedeva
e scorrere
e sgorgare.

Ma ora cerco all’acqua
un senso, una struttura
molecolare ordinata,
misurabile empiricamente,
traducibile in sostanza
pura, riconoscibile, compatta,
così che possa dirsi acqua.

E non mi basta, le chiedo pure
un recipiente che la contenga tutta
un contenitore capiente
abbastanza, un globo terrestre
una forma
che ne racchiuda la sostanza.
E che sia giusta, che le si attagli appieno
che non straripi
per errore
nemmeno una goccia.

Giustamente lei si fa vendetta
sfugge, tracima, si prosciuga,
pretende che si sappia:
in quanto umana
tutt’al più
mi è concesso di annegare.

Così la solitudine mi pesa meno dell’attesa

6 febbraio
Al quarto giorno dai miei mi accorgo che preservo alcune abitudini catanesi. Al mattino riscaldo la stanza prima di lavarmi, la sera vado a letto presto e leggo finché non mi addormento. Quando arriva il sonno la camera da letto, fin dentro le coperte, è piena di qualcuno, di qualcosa. Sono giorni in cui leggo solo per avere conforto. Così la solitudine mi pesa meno dell’attesa, dell’ansia di sapere se dovrò tornare sotto i ferri. Certo condivido la mia preoccupazione con alcuni amici, m’illudo che parlarne possa essere, almeno parzialmente, una soluzione. E intanto aspetto.
Aspetto.

5 febbraio
Oggi due fulmini sono caduti nel letto del torrente dietro casa. La pioggia l’aveva ormai riempito, ma la sua corsa sterile portava il flusso verso uno scarico comunale. Così scorreva, senza senso, il frutto di quella pioggia torrenziale.
Il solo avvenimento degno di nota.

4 febbraio
Il dolore mi impedisce quasi di camminare. Mi muovo dal divano al letto, dal letto alla sedia, accendo e spengo il televisore, apro e chiudo il libro di McGrath, controllo gli orari dei treni per Catania, di nuovo una fitta, mi rassegno.
Provo a cercare un senso, una struttura, non ne trovo.

3 febbraio
Ha un ombretto luminoso, una maglia di pile scuro, dei leggins bianchi e neri e delle calosce color cammello. Mi chiede se ho subìto altri interventi, li elenco, mi chiede se ho avuto figli o aborti, non ne ho avuti, mi chiede se sono allergica a qualche farmaco, non posso assumere efedrina, porto le frequenze cardiache di un criceto. Ha un tono calmo, scrive a penna. Fa quello che deve fare. Ci risentiamo tra qualche giorno. Tra qualche infinito giorno.
In macchina mi addormento, come da piccola, di ritorno dagli ospedali. Messina era la città delle visite mediche, del dottore di turno, dell’edicola dopo la visita, del premio, di qualche fumetto che leggevo in macchina al ritorno, con la luce che andava e veniva dentro e fuori dalle gallerie, prima di cadere nel sonno.

Quel che si brama di vedere

Vi ho aperto la strada. Andate, vi ho esortato, raggiungete ciò che state cercando. Non uno mi guardò negli occhi. Tutti mi sfilarono accanto, sfiorandomi distrattamente un braccio, un fianco, il dorso di una mano. Tenni gli occhi chiusi, aspettando che finisse lo stormo. Si alzò un gran vento e si alzarono i miei capelli nel vento. Ognuno vide quel che bramava di vedere. Il volto della madre, la donna perduta, la possibilità di una sorella. Non uno mi guardò negli occhi. Mutavano come sogni, nel loro fondo precipizi si inabissavano, sorgevano vertigini oscure, ciglia grottesche spalancavano lo sguardo. Le mie braccia raggiunsero perfino gli angoli invisibili del bosco, mentre calava la notte. Lupi ululavano come foreste e la concupiscenza dei cani raggiunse i ragni nel loro sordo tramestio. È questa, chiese, la tela che hai tessuto? E un campo di stelle la irrorava, facendola vera. Sulla punta della spada un luccichio furente cercava la solita carne, il punto. Non ricevette risposta. Si allungarono le ombre voluttuosamente, salirono fino al petto per vedere, e videro. Dai vetri del castello una figura umana fissava la scena scoprendo i denti. Cavalli sfiancati dormivano da qualche parte.
Venne il fango, come una profezia priva di pioggia, ed ebbe cura, sommerse le caviglie. Le donne alle mie spalle persero la pelle gemendo, emersero le scapole e le tibie, e lo spasmo silenzioso che segue la colpa scoprì loro le gengive. Neppure una stilla di sangue. Risparmiati da una pietà crudele si agitarono in ultimo i capelli, come zampe di stecchi, quindi il tonfo. Chiusi ancora gli occhi. Fu il tentativo della foglia – ciò che restava di umano – che mi commosse. Ma da incidere non v’erano più guance. Finalmente nel ventre si aprì un varco, liberando nervi e insetti. Sciamarono in una forma d’abbandono estremo, svuotando, riempiendo l’aria intorno nel fragore frastagliato dei rami. Lembo e lembo non si saldarono più. L’abito rimase consunto come un lenzuolo nuziale.
Ormeggiò una barca più lontano, il mare ribolliva. È questa, chiese, la terra che hai navigato? Un cimitero di stelle la inondava, fluttuando sul legno che già marciva ai bordi. Scesero uomini in tempesta, nessun volto fu riconosciuto, orfani mille volte e sempre della stessa madre. Attesi, se non altro, l’attraversamento di quel fiume. Il trapasso fu leggero, nemmeno un muscolo ormai mi apparteneva. Volsi lo sguardo oltre quel languido furore. Oltre la barca e i corpi, oltre la densità notturna di quei fantasmi sussultò per l’ultima volta uno stuolo di pesci e serpi d’acqua. Di quel rovesciamento animale non si percepiva altro che l’abisso. Incarnai la declinazione discordante dell’errore. Vennero meno le architravi del cielo e dalla schiuma affiorarono mezzelune d’unghia e alghe. Feci per guardarmi le mani ma il gesto si contrasse, sospeso tra i fili. Mi pronunciai quando sembrò che non fosse rimasto altro da aspettare. È questa, risposi, la terra che ho navigato, è questa la tela che ho tessuto, questa l’infamia che ho consumato e il sogno, l’allucinazione, la negazione del vangelo che ho annunciato. Non vi fu silenzio che si mosse. Ma nell’assunzione del maligno e nella confessione la natura dell’incubo si ricompose nuovamente.