Cosa spinge un uomo

Cosa spinge un uomo
a confidarsi
con una donna
di trent’anni più giovane
raccontando la clandestinità
della sua storia e cosa
spinge la donna
ad ascoltare senza chiedere
senza giudicare
quella storia la cui ombra
tanto le assomiglia.

Una stanza con le pareti verde acqua

Delle centossessantotto ore presenti in una settimana ce ne sono quattro in cui sto bene. Le trascorro in una stanza con le pareti verde acqua, sedie colorate e tavoli pieghevoli di metallo. Su uno c’è un contenitore di plastica pieno di pennarelli, per metà non funzionano. Prima dell’inizio della lezione fotocopio le schede di lettura e gli esercizi. Sempre su carta riciclata. Sei copie. A volte avanzano, a volte non bastano.

Spesso c’è un nuovo studente. E spesso ne manca qualcuno dei vecchi. Ogni volta che manca qualcuno mi chiedo perché. Se ho sbagliato qualcosa, se si sono annoiati, se hanno dovuto fare un turno doppio al lavoro, se hanno la febbre. Ieri mancavano Sing, Sital, Abdelouahed, Ram e Thiarno. Ma sono tornati Akvile e Houssain. Ed è arrivato Pascal. Pascal dice di essere timido, ma parla in italiano con naturalezza e finisce gli esercizi prima che gli altri abbiano cominciato. È evidentemente troppo bravo per seguire il corso base, dovrebbe passare all’avanzato. E Thiarno era evidentemente troppo alle prime armi, avrebbero dovuto assegnarlo all’alfabetizzazione.

Ma io sono egoista e vorrei che restassero tutti al corso base, con me. Non solo perché ho bisogno della loro presenza, ma anche perché trascorro almeno cinque minuti a cercare di capire come pronunciare correttamente il loro nome. Il nome è la prima storia che hai imparato, la tua, la sola che si manterrà costante, la sola che riconoscerai e che verrà riconosciuta quando tutto il resto di te sarà cambiato o distrutto o dimenticato. È il tuo cuore esposto e solo pochi possono pronunciarlo senza violare quella speciale intimità.

Quando ho chiesto ad Abdelouahed se potevo chiamarlo Abdel lui ha fatto una smorfia indispettita e ha cercato di spiegarmi che non potevo, perché il suo nome, per intero, significava “figlio di un solo Dio” e non ammetteva alcun diminutivo. Così tornando a casa mi sono ripetuta quel nome decine di volte, mentalmente e ad alta voce, lungo tutta via Etnea, cercando il punto giusto in cui porre quell’acca aspirata così goffa nella mia bocca e così disinvolta nella sua.
Quando avevo finalmente imparato a pronunciarlo non è venuto a lezione. Io non vedevo l’ora di dirgli “Abdelouahed, tocca a te, che verbo mettiamo nello spazio bianco?”, ma lui non c’era. Nessuno, non mettiamo nessun verbo nello spazio bianco.

Anche per questo sto bene in quelle quattro ore. Imparo la sconfitta, la perdita. Imparo che non tutti restano. Qualcuno non ha motivo di restare, per qualcun altro non sei un motivo sufficiente per restare. Lo imparo a gola stretta, lo imparo per quelli che sono rimasti. Scrivo il presente indicativo del verbo fare con un pennarello azzurro sul cartellone e quando mi giro vedo i loro sguardi concentrati, le sopracciglia corrugate e le labbra arricciate. E così pieni di domande spostano i loro occhi nei miei. Io quel senso d’attesa fiduciosa, del puro affidarsi a un altro non l’ho provato mai. Io sto dall’altra parte, col pennarello in mano, a chiedermi se riuscirò a non deluderli. Quello che ci accomuna è l’assenza di barriere. Per questo sono grata, per il fatto di non dover espugnare nessuna fortezza. Perché in quella stanza tutto è dato e tutto è accolto.

L’assedio

C’è un confine che mi sono imposta di non varcare più. Ed è il confine oltre il quale tu sei interamente tu. Ogni volta che ho provato a superarlo hai tracciato un margine ulteriore, non tanto con l’intento di sfuggirmi quanto per la paura che potessi effettivamente raggiungerti. Se ci fossi riuscita avresti dovuto difenderti, sarebbe stato un assedio, almeno dalla tua prospettiva. Avresti dovuto fare i conti con l’imprevisto, fosse stato pure un imprevisto atteso, un rimedio fittizio a una qualche mancanza.

Per svariati mesi non mi sono preoccupata di questo, né ho rispettato la tua paura o la tua reticenza. Ti ho assediato lo stesso, in silenzio, con dolcezza, simulando docilità e devozione, ma sebbene dolce, un assedio resta un assedio.

In ogni guerra c’è l’aggressore e l’aggredito. A parti invertite, nessuno si riconosce più nel ruolo originario. Chi ha provocato lo stupro? Chi ha violato l’accordo? Nel mezzo della battaglia mi sono chiesta a chi appartenesse la mano che infliggeva il colpo, a chi il sangue.

Oltre quel confine c’è la tua piazzaforte. Le rovine che credi di proteggere sottraendole agli occhi della moltitudine. Così anch’io ho creduto che fossi tu la luce, la ricca città, la seduzione della scoperta, l’archetipo. Ma colpo dopo colpo, resa dopo resa, ho capito che a sedurmi era la possibilità stessa dell’assedio, e che oltre quella fortezza, oltre quel confine protetto e venerato come un idolo, c’erano solo cartapesta e noia.

Vorrei dire che ne è valsa la pena. Ma non è così, non vale la pena. Dimostrare coraggio solo per mostrare d’averlo, ostinarsi nell’impresa per illudersi del suo valore, resistere per acquistare tenacia, niente di tutto questo serve, niente è giusto in sé, nessuna causa è giustificata per natura.

Alla fine di questa guerra non avrà più importanza riconoscere l’aggressore e l’aggredito (o forse l’uno si riconoscerà nell’altro). Alla fine di questa guerra non si conteranno più nemmeno le ferite, gli occhi saranno troppo stanchi. Non festeggeremo le vittorie, non ci daremo colpa per le sconfitte. Non ragioneremo più nei termini del disastro o della conquista. Giaceremo lontani e sprovveduti, esattamente come avevamo cominciato.

Così la solitudine mi pesa meno dell’attesa

6 febbraio
Al quarto giorno dai miei mi accorgo che preservo alcune abitudini catanesi. Al mattino riscaldo la stanza prima di lavarmi, la sera vado a letto presto e leggo finché non mi addormento. Quando arriva il sonno la camera da letto, fin dentro le coperte, è piena di qualcuno, di qualcosa. Sono giorni in cui leggo solo per avere conforto. Così la solitudine mi pesa meno dell’attesa, dell’ansia di sapere se dovrò tornare sotto i ferri. Certo condivido la mia preoccupazione con alcuni amici, m’illudo che parlarne possa essere, almeno parzialmente, una soluzione. E intanto aspetto.
Aspetto.

5 febbraio
Oggi due fulmini sono caduti nel letto del torrente dietro casa. La pioggia l’aveva ormai riempito, ma la sua corsa sterile portava il flusso verso uno scarico comunale. Così scorreva, senza senso, il frutto di quella pioggia torrenziale.
Il solo avvenimento degno di nota.

4 febbraio
Il dolore mi impedisce quasi di camminare. Mi muovo dal divano al letto, dal letto alla sedia, accendo e spengo il televisore, apro e chiudo il libro di McGrath, controllo gli orari dei treni per Catania, di nuovo una fitta, mi rassegno.
Provo a cercare un senso, una struttura, non ne trovo.

3 febbraio
Ha un ombretto luminoso, una maglia di pile scuro, dei leggins bianchi e neri e delle calosce color cammello. Mi chiede se ho subìto altri interventi, li elenco, mi chiede se ho avuto figli o aborti, non ne ho avuti, mi chiede se sono allergica a qualche farmaco, non posso assumere efedrina, porto le frequenze cardiache di un criceto. Ha un tono calmo, scrive a penna. Fa quello che deve fare. Ci risentiamo tra qualche giorno. Tra qualche infinito giorno.
In macchina mi addormento, come da piccola, di ritorno dagli ospedali. Messina era la città delle visite mediche, del dottore di turno, dell’edicola dopo la visita, del premio, di qualche fumetto che leggevo in macchina al ritorno, con la luce che andava e veniva dentro e fuori dalle gallerie, prima di cadere nel sonno.

Quel che si brama di vedere

Vi ho aperto la strada. Andate, vi ho esortato, raggiungete ciò che state cercando. Non uno mi guardò negli occhi. Tutti mi sfilarono accanto, sfiorandomi distrattamente un braccio, un fianco, il dorso di una mano. Tenni gli occhi chiusi, aspettando che finisse lo stormo. Si alzò un gran vento e si alzarono i miei capelli nel vento. Ognuno vide quel che bramava di vedere. Il volto della madre, la donna perduta, la possibilità di una sorella. Non uno mi guardò negli occhi. Mutavano come sogni, nel loro fondo precipizi si inabissavano, sorgevano vertigini oscure, ciglia grottesche spalancavano lo sguardo. Le mie braccia raggiunsero perfino gli angoli invisibili del bosco, mentre calava la notte. Lupi ululavano come foreste e la concupiscenza dei cani raggiunse i ragni nel loro sordo tramestio. È questa, chiese, la tela che hai tessuto? E un campo di stelle la irrorava, facendola vera. Sulla punta della spada un luccichio furente cercava la solita carne, il punto. Non ricevette risposta. Si allungarono le ombre voluttuosamente, salirono fino al petto per vedere, e videro. Dai vetri del castello una figura umana fissava la scena scoprendo i denti. Cavalli sfiancati dormivano da qualche parte.
Venne il fango, come una profezia priva di pioggia, ed ebbe cura, sommerse le caviglie. Le donne alle mie spalle persero la pelle gemendo, emersero le scapole e le tibie, e lo spasmo silenzioso che segue la colpa scoprì loro le gengive. Neppure una stilla di sangue. Risparmiati da una pietà crudele si agitarono in ultimo i capelli, come zampe di stecchi, quindi il tonfo. Chiusi ancora gli occhi. Fu il tentativo della foglia – ciò che restava di umano – che mi commosse. Ma da incidere non v’erano più guance. Finalmente nel ventre si aprì un varco, liberando nervi e insetti. Sciamarono in una forma d’abbandono estremo, svuotando, riempiendo l’aria intorno nel fragore frastagliato dei rami. Lembo e lembo non si saldarono più. L’abito rimase consunto come un lenzuolo nuziale.
Ormeggiò una barca più lontano, il mare ribolliva. È questa, chiese, la terra che hai navigato? Un cimitero di stelle la inondava, fluttuando sul legno che già marciva ai bordi. Scesero uomini in tempesta, nessun volto fu riconosciuto, orfani mille volte e sempre della stessa madre. Attesi, se non altro, l’attraversamento di quel fiume. Il trapasso fu leggero, nemmeno un muscolo ormai mi apparteneva. Volsi lo sguardo oltre quel languido furore. Oltre la barca e i corpi, oltre la densità notturna di quei fantasmi sussultò per l’ultima volta uno stuolo di pesci e serpi d’acqua. Di quel rovesciamento animale non si percepiva altro che l’abisso. Incarnai la declinazione discordante dell’errore. Vennero meno le architravi del cielo e dalla schiuma affiorarono mezzelune d’unghia e alghe. Feci per guardarmi le mani ma il gesto si contrasse, sospeso tra i fili. Mi pronunciai quando sembrò che non fosse rimasto altro da aspettare. È questa, risposi, la terra che ho navigato, è questa la tela che ho tessuto, questa l’infamia che ho consumato e il sogno, l’allucinazione, la negazione del vangelo che ho annunciato. Non vi fu silenzio che si mosse. Ma nell’assunzione del maligno e nella confessione la natura dell’incubo si ricompose nuovamente.