Solstizio

Così trasparente
il riposo del pomeriggio
e fuori questa pietra arresa
semicircolare. Stesa
sul copriletto color sabbia:
la guardo
così com’è

E la luce
così trasparente
e le nuvole pure trasparenti e
gli alberi, trasparenti, le antenne
trasparenti le zampe
del gatto sui canali e tutto
è teso e steso e verticale.

Quasi s’intravede qualcosa.
Quasi piove.

Non potrò più leggere Anna Maria Ortese

Non potrò più leggere Anna Maria Ortese
non potrò più indossare la maglietta arancione
non potrò più vedere i film di Pier Paolo Pasolini
non potrò più ascoltare Patti Smith
non potrò più entrare nei negozi di antiquariato
non potrò più bere la Chimay rossa
non potrò più comprare accendini verdi
non potrò più sedermi sui gradini di una chiesa
non potrò più guardare le lumache
non potrò più stare in equilibrio sulle pietre colorate
non potrò più finire il libro di Peter Handke
non potrò più mangiare panini coi wurstel ai furgoncini di notte
non potrò più fare l’amore
non potrò più scrivere senza scrivere di queste privazioni
non potrò più leggere Valerio Magrelli
non potrò più sentire l’odore del tabacco
non potrò più ascoltare i Radiohead
non potrò più dormire in un albergo
non potrò più svegliarmi nel mio letto
non potrò più leggere i manifesti pubblicitari di notte
non potrò più raccontare i pesci i fantasmi i lupi gli specchi la pioggia
non potrò più osservare la pioggia
non potrò più fare poesia perché la poesia è venuta con te e se n’è andata con te
non potrò più rileggere Pavese
non potrò più rileggere Borges
come faccio a non pensarti
come faccio adesso a non pensarti.

Rondini

Squadrano il cielo da una parte all’altra
le rondini con la precisione del compasso
segnando rughe su quella faccia azzurra
come un dolore ai lati della bocca.

Non so se per ogni primavera
sono segno di partenza o di ritorno
non so dove sei anche se intorno
è perdita e silenzio e non ricordo

più né voglio ricordare
se sono state le mie mani
bavaglio sulla bocca
tua, se sei l’errore.

Atti Impuri Poetry Slam 2015 – Torino

Lettori cari e soprattutto piemontesi,

venerdì prossimo sarò a Torino per partecipare all’ultima sessione dell’Atti Impuri Poetry Slam insieme ad altri sette poeti e poetesse (qui trovate tutti i dettagli della serata).

Vogliamo parlare del fatto che venerdì è 17?
Vogliamo parlare della tremarella da esibizione?
Vogliamo parlare del fatto che ancora non ho preparato la valigia?
Bene, parliamone di presenza davanti a una birra.

Vi aspetto.

Cosa spinge un uomo

Cosa spinge un uomo
a confidarsi
con una donna
di trent’anni più giovane
raccontando la clandestinità
della sua storia e cosa
spinge la donna
ad ascoltare senza chiedere
senza giudicare
quella storia la cui ombra
tanto le assomiglia.

Una stanza con le pareti verde acqua

Delle centossessantotto ore presenti in una settimana ce ne sono quattro in cui sto bene. Le trascorro in una stanza con le pareti verde acqua, sedie colorate e tavoli pieghevoli di metallo. Su uno c’è un contenitore di plastica pieno di pennarelli, per metà non funzionano. Prima dell’inizio della lezione fotocopio le schede di lettura e gli esercizi. Sempre su carta riciclata. Sei copie. A volte avanzano, a volte non bastano.

Spesso c’è un nuovo studente. E spesso ne manca qualcuno dei vecchi. Ogni volta che manca qualcuno mi chiedo perché. Se ho sbagliato qualcosa, se si sono annoiati, se hanno dovuto fare un turno doppio al lavoro, se hanno la febbre. Ieri mancavano Sing, Sital, Abdelouahed, Ram e Thiarno. Ma sono tornati Akvile e Houssain. Ed è arrivato Pascal. Pascal dice di essere timido, ma parla in italiano con naturalezza e finisce gli esercizi prima che gli altri abbiano cominciato. È evidentemente troppo bravo per seguire il corso base, dovrebbe passare all’avanzato. E Thiarno era evidentemente troppo alle prime armi, avrebbero dovuto assegnarlo all’alfabetizzazione.

Ma io sono egoista e vorrei che restassero tutti al corso base, con me. Non solo perché ho bisogno della loro presenza, ma anche perché trascorro almeno cinque minuti a cercare di capire come pronunciare correttamente il loro nome. Il nome è la prima storia che hai imparato, la tua, la sola che si manterrà costante, la sola che riconoscerai e che verrà riconosciuta quando tutto il resto di te sarà cambiato o distrutto o dimenticato. È il tuo cuore esposto e solo pochi possono pronunciarlo senza violare quella speciale intimità.

Quando ho chiesto ad Abdelouahed se potevo chiamarlo Abdel lui ha fatto una smorfia indispettita e ha cercato di spiegarmi che non potevo, perché il suo nome, per intero, significava “figlio di un solo Dio” e non ammetteva alcun diminutivo. Così tornando a casa mi sono ripetuta quel nome decine di volte, mentalmente e ad alta voce, lungo tutta via Etnea, cercando il punto giusto in cui porre quell’acca aspirata così goffa nella mia bocca e così disinvolta nella sua.
Quando avevo finalmente imparato a pronunciarlo non è venuto a lezione. Io non vedevo l’ora di dirgli “Abdelouahed, tocca a te, che verbo mettiamo nello spazio bianco?”, ma lui non c’era. Nessuno, non mettiamo nessun verbo nello spazio bianco.

Anche per questo sto bene in quelle quattro ore. Imparo la sconfitta, la perdita. Imparo che non tutti restano. Qualcuno non ha motivo di restare, per qualcun altro non sei un motivo sufficiente per restare. Lo imparo a gola stretta, lo imparo per quelli che sono rimasti. Scrivo il presente indicativo del verbo fare con un pennarello azzurro sul cartellone e quando mi giro vedo i loro sguardi concentrati, le sopracciglia corrugate e le labbra arricciate. E così pieni di domande spostano i loro occhi nei miei. Io quel senso d’attesa fiduciosa, del puro affidarsi a un altro non l’ho provato mai. Io sto dall’altra parte, col pennarello in mano, a chiedermi se riuscirò a non deluderli. Quello che ci accomuna è l’assenza di barriere. Per questo sono grata, per il fatto di non dover espugnare nessuna fortezza. Perché in quella stanza tutto è dato e tutto è accolto.