L’ultimo mercoledì

 

Domani è l’ultimo mercoledì
dell’anno scolastico.
Dopo verrà un’altra attesa
senza diari, senza merende,
senza gli scherzi di Leonard,
le stupefacenti invenzioni di Norben.
Dopo passerò in rassegna le stanze
avendo cura di cancellare ogni traccia
di questo passaggio. Assicurandomi,
sì, di aver consumato quel po’
di pentole, la griglia dei fornelli,
ma lo spazio riprenderà il suo vuoto.
La mattina, per le scale, anche se è tardi,
faccio sempre attenzione
a non fare rumore.

(Giugno 2016)

Der Wald (La foresta)

La bestia giace morbida
un calore umano minaccia il suo respiro
liane di sangue
solcano i piccoli peli, la cicatrice
guizza come un pesce d’argento
nella distesa viola del suo occhio
il fiato in grembo, il vento
come un rumore d’ossa tra i capelli
e le braccia degli alberi
scuotono un canto lieve
per salutare chi parte
e non fa più ritorno.

Orecchini

Stamattina mentre prendevi il caffè mi hai detto che ero bella. Avevo messo un paio di orecchini di perla, non ne indossavo da tempo e temevo che presto i buchi si sarebbero richiusi. Con questi capelli, ti ho detto, saranno gli orecchini. Può darsi, e hai bevuto un altro sorso di caffè prima di uscire per andare al lavoro.

Per ora lavoro da casa. Non insegno, per ora, non li guardo crescere quei ragazzini, non li correggo quando sbagliano, non li faccio ridere quando li vedo incupiti, non li rimprovero per non aver fatto i compiti a casa. Per ora scrivo. Redattore tecnico, così mi hanno chiamata. In ufficio non c’era più posto, finché non si spostano nei locali nuovi la redazione lavora da casa. Caffè, latte di mandorla, succhiare cubetti di ghiaccio, e nel frattempo scrivere, ecco cos’è per me questo lavorare da casa.

Spero che l’ufficio nuovo non sia mai pronto e che l’inverno arrivi in punta di piedi.

Fa freddo da due giorni ed è l’unica sensazione che mi riporta all’autunno, che per il resto a Catania non si vede. Se fossi stata a Carpi avrebbero cominciato a ingiallirsi le foglie e dopo un paio di settimane avrebbero cominciato a cadere, continuando a farlo per tutto l’inverno. Immagino che avrei vissuto di nuovo nella stessa casa dell’anno scorso e dal mio balcone al terzo piano avrei individuato la sola foglia rimasta ancora verde. L’avrei guardata tutte le mattine e mi sarei detta che anche io potevo resistere. Finché non cade non cado. Fino alla mattina in cui non l’avrei più trovata.

Se fossi stata a Carpi sarei stata in seconda G, in seconda B e in seconda D. Avrei avuto meno alunni perché alcuni sono stati bocciati e altri hanno abbandonato la scuola. Me lo hanno detto le colleghe e me lo hanno detto alcuni di loro che in questi mesi mi hanno scritto per chiedermi come stavo, e se sarei tornata. Silvia, per esempio, che è dislessica e una volta mi ha scritto un messaggio pieno di errori per dirmi che quando è triste pensa alle mie parole e trova la forza per andare avanti. Non ho idea di quali possano essere queste parole, forse è solo il pensiero di qualcuno che una volta ti ha fatto del bene senza sapere come.

Oppure sarei stata in terza I, a preparare riassunti e mappe concettuali per Norb e Leo. E Leo mi avrebbe fatto ogni giorno i suoi dodicimila scherzi, e si sarebbe arrabbiato per aver dimenticato a casa un quaderno o perché Sam non aveva voluto dargli la caramella arcobaleno. E Norb non avrebbe avuto voglia di studiare, mi avrebbe guardato con aria supponente e si sarebbe messo a scrivere una delle sue storie su una pagina di diario. Storie in cui un pirata deve trovare un tesoro nascosto, o storie in cui un ragazzo e una ragazza si amano ma poi il ragazzo finisce in ospedale investito da un motorino. Avrebbe sbagliato tutte le parole, perché è ipoacusico e non ha mai imparato il suono corretto delle lettere che continua a confondere. E io gli avrei detto lo stesso che era stato bravo e che il suo racconto mi aveva appassionato moltissimo. Avrei usato parole semplici, superlativi assoluti, sorrisi.

Se fossi stata a Carpi avrei preso in prestito tre libri alla volta alla Biblioteca Loria. Ne avrei tenuto uno in borsa, uno sul comodino e uno sul tavolo del soggiorno. Ogni pomeriggio avrei guardato un film diverso. Avrei declinato ogni invito a uscire la sera, troppo freddo, troppo stanca, mal di testa.

Nebbia. Avrei avuto nebbia. Pregato che non cadesse la neve, steso i panni sul termosifone del bagno. Avrei sentito i miei soli passi echeggiare in tutte le stanze, avrei lavato un piatto solo e non mi sarei preoccupata di finire l’acqua calda nella doccia. La sera mi sarei rannicchiata in un letto smisurato stringendo un cuscino tra le braccia. E non avrei mai indossato degli orecchini e mai nessuno mi avrebbe detto che ero bella, anche così, con questi capelli.

 

 

Cristina

Cristina non vuole. Tiene la testa appoggiata al finestrino dello scuolabus ed è completamente vuota. L’hanno portata a saltare sui cuscini, a tuffarsi sui materassini gridando il suo nome. E solo dopo molte esortazioni si è lasciata cadere in silenzio, come un corpo che non conosce sangue. I suoi capelli si sono scomposti un poco, hanno tracciato brevi linee scure su una federa di fiori rosa. Si è rialzata con lentezza, curvata nella schiena, senza fare rumore.
Le hanno chiesto di colorare, di disegnare, di parlare, di essere una persona normale, di avere dei desideri. Ma Cristina esiste solo per negazione.

Cristina guarda ma non vede il viale alberato fuori dal finestrino, i pollini bianchi che si aggrumano sul ciglio della strada come batuffoli leggeri di cotone, e sembrano neve, a guardarli da lontano, una neve di maggio che rallenta i pensieri.

Un giorno sarà una sposa mite, un debole arredamento della cucina. La faranno madre e non saprà mai d’essere donna. Rifarà i letti ogni mattina, preparerà un sugo senza sale, infilerà nella lavatrice capi d’ogni colore senza cattiveria né premeditazione. Non si ribellerà a nessuna rimostranza. Non comprerà mai un abito per sé. Non chiederà mai di andare al cinema. Non sceglierà quale libro leggere la sera. Non si concederà. Non si negherà. Lentamente, giorno dopo giorno, diventerà quello che è. Pallore che dilegua, soffione, neve di maggio.

In assenza di musica

Forse ho avuto paura
l’impavidità che dici – a me
manca. Forse non voglio riconoscere
quanto non sia necessario
abitare altri luoghi, altre parole.
E non ho fiducia nel lasciarmi guidare.

Forse sopravvivo rinchiusa
in attesa di una gioia che non so
o non voglio trovare. Forse
sono sparita senza saperlo
dalla mia lingua. Forse
questa sospensione in assenza di musica
e vocali – è per qualcosa.

Dimentico ogni cura che non sia
la ripetizione dei gesti, ogni mattina
– la sera, chiedo al mio letto
dove eravamo rimasti? e forzo un sorriso.
Ho una ruga che prima non c’era
e altre le vedo già pronte, emergeranno
alla prima resa. Uno sguardo più serio
austero, d’adulta privata d’incanto.

Forse tiene ancora
un grido azzurro
un filo fragile, forse
è l’ultimo fantasma.

 

E per te che esisti ancora

Lettera per E. P., e per te che esisti ancora

Ma ciò che distingue l’uomo è la scommessa
ecco una frase inventata dalle élites,
in ogni modo è vero che qualcuno

scommette di non morire.

Elio Pagliarani, Oggetti e argomenti per una disperazione

Caro Elio,

quest’anno mi è capitato di pensarti un giorno in cui doveva piovere ma non è piovuto. Un giorno doloroso. Seguivamo il feretro e nella mia testa si addensavano luoghi comuni che comprendevano la parola “ultimo”: ultimo saluto, ultimo viaggio, ultima volta che ti sono così vicina anche se non lo sai. Ogni cosa sembrava terribilmente naturale.

Forse era quella la morte tanto temuta e attesa. Era quel lento andare di facce stanche e pensieri in processione. Era quella quiete insostenibile che guidava ogni passo. Un dolore all’anca mi suggeriva che quell’ultimo tratto, dalla chiesa al cimitero, non volevo percorrerlo. Mi assicuravo che i miei fratelli fossero vicini, ci guardavamo cercando a vicenda di darci un conforto che sapevamo totale e insufficiente.
Alle nostre spalle, tutto il paese rimasto. Tutto il paese non emigrato, decimato e superstite, tutto il paese cresciuto, invecchiato, forte di memoria. Era un corpo solo. Eravamo flutti di uno stesso fiume. E la paura confusa che avevo provato fino a quel momento era scomparsa. Il mio dolore era parte di un dolore più grande, e il mio amore solo una parte di un amore più grande. Non ti hanno dimenticato – m’illudevo di dirgli – il tuo paese non ti ha dimenticato.

È stato allora, Elio, che ho pensato a te, ai tuoi versi. Perché neanche a lui erano mancati l’orgoglio di scommettere e la fiducia. L’incoscienza, l’arroganza: aveva avuto tutto. E quella scommessa alla fine l’aveva vinta. Certo, non l’avrebbe saputo. Perché l’unico a non avere le prove se l’opera gli sopravviva magari di una sola luna è chi ha scommesso, che muore.
È una grande beffa, Elio, lo sapevi bene. E immagino che lo sapesse anche lui.
Perciò sono sicura che davanti a quella festa triste avrebbe inarcato le sopracciglia, rapito da qualche pensiero inaccessibile agli altri. E alla nostra commozione avrebbe risposto abbassando lo sguardo, scacciando con un gesto della mano tutte le scemenze inventate dagli uomini per non soffrire. Avrebbe sdrammatizzato, si sarebbe preso gioco di noi. Non so come, ci avrebbe fatto sorridere.