Cristina

Cristina non vuole. Tiene la testa appoggiata al finestrino dello scuolabus ed è completamente vuota. L’hanno portata a saltare sui cuscini, a tuffarsi sui materassini gridando il suo nome. E solo dopo molte esortazioni si è lasciata cadere in silenzio, come un corpo che non conosce sangue. I suoi capelli si sono scomposti un poco, hanno tracciato brevi linee scure su una federa di fiori rosa. Si è rialzata con lentezza, curvata nella schiena, senza fare rumore.
Le hanno chiesto di colorare, di disegnare, di parlare, di essere una persona normale, di avere dei desideri. Ma Cristina esiste solo per negazione.

Cristina guarda ma non vede il viale alberato fuori dal finestrino, i pollini bianchi che si aggrumano sul ciglio della strada come batuffoli leggeri di cotone, e sembrano neve, a guardarli da lontano, una neve di maggio che rallenta i pensieri.

Un giorno sarà una sposa mite, un debole arredamento della cucina. La faranno madre e non saprà mai d’essere donna. Rifarà i letti ogni mattina, preparerà un sugo senza sale, infilerà nella lavatrice capi d’ogni colore senza cattiveria né premeditazione. Non si ribellerà a nessuna rimostranza. Non comprerà mai un abito per sé. Non chiederà mai di andare al cinema. Non sceglierà quale libro leggere la sera. Non si concederà. Non si negherà. Lentamente, giorno dopo giorno, diventerà quello che è. Pallore che dilegua, soffione, neve di maggio.

In assenza di musica

Forse ho avuto paura
l’impavidità che dici – a me
manca. Forse non voglio riconoscere
quanto non sia necessario
abitare altri luoghi, altre parole.
E non ho fiducia nel lasciarmi guidare.

Forse sopravvivo rinchiusa
in attesa di una gioia che non so
o non voglio trovare. Forse
sono sparita senza saperlo
dalla mia lingua. Forse
questa sospensione in assenza di musica
e vocali – è per qualcosa.

Dimentico ogni cura che non sia
la ripetizione dei gesti, ogni mattina
– la sera, chiedo al mio letto
dove eravamo rimasti? e forzo un sorriso.
Ho una ruga che prima non c’era
e altre le vedo già pronte, emergeranno
alla prima resa. Uno sguardo più serio
austero, d’adulta privata d’incanto.

Forse tiene ancora
un grido azzurro
un filo fragile, forse
è l’ultimo fantasma.

 

E per te che esisti ancora

Lettera per E. P., e per te che esisti ancora

Ma ciò che distingue l’uomo è la scommessa
ecco una frase inventata dalle élites,
in ogni modo è vero che qualcuno

scommette di non morire.

Elio Pagliarani, Oggetti e argomenti per una disperazione

Caro Elio,

quest’anno mi è capitato di pensarti un giorno in cui doveva piovere ma non è piovuto. Un giorno doloroso. Seguivamo il feretro e nella mia testa si addensavano luoghi comuni che comprendevano la parola “ultimo”: ultimo saluto, ultimo viaggio, ultima volta che ti sono così vicina anche se non lo sai. Ogni cosa sembrava terribilmente naturale.

Forse era quella la morte tanto temuta e attesa. Era quel lento andare di facce stanche e pensieri in processione. Era quella quiete insostenibile che guidava ogni passo. Un dolore all’anca mi suggeriva che quell’ultimo tratto, dalla chiesa al cimitero, non volevo percorrerlo. Mi assicuravo che i miei fratelli fossero vicini, ci guardavamo cercando a vicenda di darci un conforto che sapevamo totale e insufficiente.
Alle nostre spalle, tutto il paese rimasto. Tutto il paese non emigrato, decimato e superstite, tutto il paese cresciuto, invecchiato, forte di memoria. Era un corpo solo. Eravamo flutti di uno stesso fiume. E la paura confusa che avevo provato fino a quel momento era scomparsa. Il mio dolore era parte di un dolore più grande, e il mio amore solo una parte di un amore più grande. Non ti hanno dimenticato – m’illudevo di dirgli – il tuo paese non ti ha dimenticato.

È stato allora, Elio, che ho pensato a te, ai tuoi versi. Perché neanche a lui erano mancati l’orgoglio di scommettere e la fiducia. L’incoscienza, l’arroganza: aveva avuto tutto. E quella scommessa alla fine l’aveva vinta. Certo, non l’avrebbe saputo. Perché l’unico a non avere le prove se l’opera gli sopravviva magari di una sola luna è chi ha scommesso, che muore.
È una grande beffa, Elio, lo sapevi bene. E immagino che lo sapesse anche lui.
Perciò sono sicura che davanti a quella festa triste avrebbe inarcato le sopracciglia, rapito da qualche pensiero inaccessibile agli altri. E alla nostra commozione avrebbe risposto abbassando lo sguardo, scacciando con un gesto della mano tutte le scemenze inventate dagli uomini per non soffrire. Avrebbe sdrammatizzato, si sarebbe preso gioco di noi. Non so come, ci avrebbe fatto sorridere.