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Quest’estate non ha mai fatto freddo e solo una volta è andata via la luce. Non ho avuto paura, sono ormai diversi mesi che riesco a dormire al buio senza soffocare. Senza luce sto bene. Senza il pensiero di dover mettere su la lavatrice, senza poter utilizzare a lungo il computer, senza dover tenere sempre il telefono acceso.
E poi ho scoperto che tutte le cose essenziali per sopravvivere stanno fuori dal frigorifero. Quello che va nel frigo non va nel corpo. Cerchiamo di tenere vivi ortaggi e salumi che vogliono marcire. Ci ho pensato, e ho capito che il frigorifero è il nostro egoismo che va a corrente continua.

La notte in cui ho dormito senza luce la cucina si è mezza allagata.

Mi sono sentita felice.

*

Ho avuto quindici anni, aveva smesso il buio. C’erano attorno solo fiori di finocchietto selvatico e terra sollevata dalle ruote dei motorini. I moscerini si infilavano nella bocca di quelli che ridevano. Io ridevo, avevo i moscerini pieni della mia bocca. Avevo il sole stampato sulle spalle, rosso, un sole che non mi faceva dormire. Ho speso quattordici euro per comprare il latte al mentolo di Bottega Verde, più un altro prodotto a scelta a metà prezzo, una promozione solo per oggi, allora prendo lo shampoo ai germi di grano che non rovina i capelli. I capelli li rovina la salsedine. La salsedine incapsula il corpo in una brina leggera finché l’acqua non ti lava o qualcuno non ti bacia. A me se qualcuno mi bacia vengono le ferite. Ferite grosse come cuori di buoi, ferite che non cicatrizzano, e sopra la salsedine le cuoce finché non ti viene da ridere per il dolore. Il problema è che sei vivo finché puoi sanguinare.

Io voglio che il mare mi conservi, che mi tenga a lungo. Voglio sentirmi persa di nuovo, priva di sostegno. Io voglio capire per quale motivo tra tutte le cose il mare. Voglio capire per quale motivo. Allora voglio lasciare questa spiaggia su cui cammino da sempre, e buttarmi in acqua e correre il rischio di non tornare. Perché un giorno di quest’estate mi è capitato di ritrovarmi dove non si tocca, e non sono morta perché una mano mi ha riportato a riva. Allora penso che voglio essere il corpo che tenta e la mano che riesce. Perché è banale ma l’ho capito, non puoi imparare a nuotare restando sulla riva. E io lo voglio affrontare questo mare.

Il problema coi posti che abiti è l’abitudine. Del resto hanno la stessa radice, mi chiedo come abbia fatto a non capirlo prima. L’abitudine è un velo che smette di farti vedere le cose. L’abitudine, quando sono a Roma, mi fa girare al Largo Beltramelli senza chiedermi se c’è un’altra strada per andare a fare la spesa.
Quando sono a casa l’abitudine è l’ovvio che detesto. Perché non mi sorprende che nelle giornate terse si veda il profilo della Calabria, non mi spaventa convivere con un vulcano che erutta, non mi vengono le vertigini se guardo le luci della costa ionica da un’altezza spropositata. La bellezza che non vedo più è casa mia. E a casa tua l’unica cosa che ti viene da dire è Scusate la polvere.
Ma d’altra parte, è l’abitudine che mi permette di notte di passare in cucina a bere senza accendere la luce e senza sbattere contro i mobili. L’abitudine è l’istinto che mi sopravvive, che mi fa ritrovare la strada del ritorno. Che mi spinge quando ho bisogno di essere sospinta, che mi trascina il corpo quando la mente ha perso i sensi. È la mano che mi riporta a riva, che mi salva, che mi ricorda chi sono.

Parte prima, ovvero Rintracciare l’albore.

Ho diciassette anni. Uscendo da scuola mi fermo da Emanuele. Ciao, Ciao, Questo, Quattro euro, Ciao, Ciao. Salgo in macchina, e mia madre mi chiede Com’è andata oggi? Che ti sei comprata? E io le dico che Quella di italiano non c’era, una rivista di musica con un cd. Torniamo a casa, pranziamo scomposti, divisi, ignorandoci. Fuori è primavera, credo. Tutto sbiadito, perduto.

Parte seconda, ovvero Foto di pura gioia.

Ho sempre diciassette anni. Traccia. Sistemo i vestiti nella mia stanza. La porta è chiusa, la luce quasi verticale. Gli occhiali sottili, le braccia nude. Traccia. Mi siedo. Quello che non c’è. Respiro.

Parte terza, ovvero Cose che vorresti dimenticare nonostante sia la memoria a renderci umani.

Ho deciso che lascio tuo padre. Ho deciso che smetto di parlare, che invece di parlare mi metto a camminare, che bocca mi diventino le gambe, e cammino, e cammino e sento il sangue che scoppia nei polpacci e nelle spalle e non parlo e non penso, ma attraverso le strade in pieno silenzio, oltrepasso le scuole e le stazioni, arrivo a casa tua e piango, e piango e mi chiedi perché e mentre piango ti dico perché e mi dici parole di conforto e mi tieni per mano e metti su Dentro Marilyn e io piango e non so più perché.

Parte quarta, ovvero Allagare una casa nel tentativo di pulirla.

Campagna aperta.

La musica sempre:

a far crepare i muri,

senza nessuno intorno

tranne il verde degli alberi

come una vertigine

e non abbiamo

paura dei serpenti e io ho i capelli lunghi

e mossi

e cento orribili fotografie,

al mattino cantiamo Bungee jumping

e la sera

leggiamo le poesie

di Baudelaire e Majakovskji

e viene solo il caldo a disturbarci la notte, lungo e pesante. E ci scriviamo messaggi d’amore e sappiamo già come andrà a finire, dopo questa volta, tutte le volte, ripenseremo a questo posto e ci diremo ti ricordi e ricorderemo.

Parte quinta, ovvero Iene.

È uscito l’album nuovo, senti questa.

Ma fa schifo l’autista con una sola mano.

Le restituisco le cuffie e scrivo un racconto in cui tutti i personaggi hanno una sola mano.

Parte sesta, ovvero Tradimenti.

Buco.

Parte settima, ovvero 105 messaggi in memoria dal 2005.

Un pomeriggio che non ho un cazzo da fare decido che cancello i vecchi messaggi dal cellulare. Appuntamenti e promemoria e constatazioni inutili sul tempo che passa. Ce n’è uno del duemilasei che alla fine dice ti voglio bene dea e penso a tutti gli stupidi soprannomi che si danno le persone che si vogliono bene e non hanno paura di dirselo e di sembrare ridicole o inopportune. Penso che Bianca meriti un po’ d’amore. Il messaggio non lo cancello, è ancora in memoria.

Parte ottava, ovvero Il cuore del post, dopo tutto.

Filologia, Latino, Latino. Per tutto il tempo del concerto due cose mi ossessionano: la bambina decenne che conosce tutte le canzoni e canta come un’invasata alla mia destra, e una mezzaluna brillante dietro un balcone nero alla mia sinistra. Ho bisogno che mi cominci subito l’estate. Tengo il cellulare acceso e ti scrivo e ti chiamo e ti vorrei vicino ma ti sento vicino lo stesso. E per una volta non ci penso, sarà questo cielo con la varicella, saranno gli aerei che passano come delle promesse, sarà questa sensazione di sentirsi protetti, saranno i panini di Andrea, sarà la stanchezza di Antonio, sarà il quasi compleanno di Valentina, sarà tutto quello che sa Giovanni, sarà questo o sarà che ne avevo bisogno, ma per una volta non ci penso a restare composta e so dove tenere le mani e non ho paura e non mi vergogno di piangere quando arriva l’alba con un fragore che mi riporta alla vita, mi risveglia la coscienza e mi ricorda tutto quello che sono stata, ma soprattutto, quello che sono adesso e tutte le mie voglie che voglio assecondare, nonostante il mal di testa e la nausea e la gola in fiamme di questa mattina.

Le previsioni del tempo mi servono per decidere che scarpe dovrò mettere. Domani scarpe chiuse, allacciate strette sulla caviglia. Mamma, domani piove, ricordami l’ombrello. Parlare, mi capita ormai spesso di parlare al muro. Muro lungo, celeste chiaro, chiaro quasi trasparente, muro color carta da zucchero, muro schifoso e poco loquace. Non mi risponde, mia madre non mi risponde.

Mia madre non c’è. Ha gli occhi castani, i capelli corti. Porta gli occhiali da quando glieli ho visti addosso in una foto scattata nel ’73, in cui mia madre ha una montatura bianca grandissima e dei pantaloni verdi a zampa d’elefante. Un sorriso che illumina tutti quelli spenti vicino a lei, in questa foto del ’73.

Mia madre la chiamo ma non mi risponde. Quando ci sentiamo al telefono sta lavando i piatti. Mia madre sembra che nella vita lavi sempre i piatti. Ciao mami, che fai? Niente, stavo lavando i piatti di oggi. Ciao mami, che fai? Niente, lavavo i piatti di stasera. Mia madre domani non mi ricorderà di prendere l’ombrello, perché non saprà nemmeno che qui pioverà.

Io in questi giorni mi sento sola da zero a dieci, undici. Ma mi sento sola fuori. Dentro ho delle parole in lingue diverse che mi navigano su e giù. Oggi ho capito questa cosa. Che c’è gente che vive per le storie e gente che vive per le parole. Io vivo per le parole. Le storie sì, anche, ma le storie vengono dopo. Una parola può esistere senza fare parte di una storia. Una storia ha bisogno di tre quattro cento ottomila parole per esistere. A me, se mi dai una parola ma non mi dai una storia, mi fai felice lo stesso.

Per questo, credo, le poesie mi piacciono.

Per questo, credo, storie mi sa che non ne so scrivere.

Ma poesie nemmeno.

Qualcuno potrebbe dire che ogni parola ha la sua storia. Lo dica, qualcuno.

Io ora volevo solo dire che domani pioverà, domani martedì cinque luglio, lo stesso giorno in cui è nato Jean Cocteau, e forse quando è nato c’era anche da lui un cielo liquido grigio come cemento appena impastato. Qui c’è. C’è già stasera, ma è tardi, sembra catrame. Domani ci svegliamo tutti freschi e sudati, io mi metterò le scarpe chiuse, la camicia bianca, i jeans, gli occhiali da sole per piangere, la musica per camminare e andrò a parlare di come sia meglio non arrabbiarsi, di come sia meglio essere clementi e andare lontano per non sentire le offese e i dispiaceri, guardare le stelle di un altro cielo e controllare che siano sempre infinite, rovesciate come latte.

E ti dirò che ho voglia di andarmene, per sparire e non ricominciare. Arrivare da qualche parte senza prendermi addosso la fatica di partire. Ti dirò che torno, lo sai che torno, ritorno sempre. Ma avrei voglia di non tornare più. Fare vuoto dentro e fuori, fare vuoto attorno, costruirmi un muro invalicabile di stabilità.

Quand’ero bambina spesso uscivo a giocare in terrazza. Quando potevo uscire in terrazza senza essere rimproverata voleva dire che era estate, che mi era consentito essere felice. Le rondini avevano nidificato sotto la tettoia, del loro volo era rimasto qualche escremento secco sulle mattonelle. Altri uccelli cinguettavano finché li accompagnava il sole. Api, ragni e altri insetti. Una tenda a strisce arrivava fino al balcone, fermata da due piccole chiavi a due assi di metallo. Tutte le mattine, appena sveglia, uscivo in terrazza e toglievo le chiavi. Ecco, pensavo, adesso potete venire a trovarmi.

Quando avevo i capelli lunghi e dei pantaloni neri che ho perso per l’armadio e mai più ho ritrovato

come si perdono le ciglia sul cuscino e le briciole di pane giù per lo scarico del lavandino

(pausa)

Quando avevo i capelli lunghi e lunghe ciglia (pausa: respiro) perdute e pantaloni neri

ero una ragazza diversa da adesso

avevo i capelli lunghi mentre adesso ho i capelli corti-corti-non-proprio-cortissimi

: ma molta più personalità nascosta /punto e virgola/

/puntini di sospensione/ io ho paura delle personalità evidenti!

: io tengo la personalità nascosta

per non farla esplodere

(altrimenti mi ritroverei la personalità a pezzetti sporchi sul muro.)

A questo aggiungi che non mi piace alzare la voce.

Buone maniere

Indovinare il tono senza uscire mai fuori dal grigio delle chiavi, misurare le corde per fare più punti, ballare e respirare e non sbagliare mai. Tornare dal Despar con la lista della spesa in tasca e la spesa nelle mani e nelle mani tenere il dolore, e il sonno del mare sulla punta delle dita. Aspettare senza fare mai rumore, spegnere la tv dopo le dieci, andare a letto presto, svegliarsi prima al mattino. Aspettare senza sentire quanto fa male quando fa male. Aprire le finestre. E dentro ci sei tu. Non invecchiare mai, avere sempre un buon motivo per festeggiare, inventare sempre un buon motivo per festeggiare. Restare composti, masticare con la bocca aperta, non avere mai tempo, non smettere mai di trovare il tempo. Fare l’amore spesso. Distruggere le armate verdi, conquistare 24 territori. Urlare sul cuscino. Esercitare il diritto di voto. Non restare soli per noia. Esercitare il diritto al dissenso. Ridere tantissimo e ridere fortissimo.  Non sentire mai nostalgia, non avere tempo per piangere, non cedere alla voglia di cedere, complimentarsi con Dio per i tramonti, costruire scrivanie seguendo le istruzioni Ikea. E nelle foto non avere mai le facce stravolte di chi ride.

Solo la notte traccia il vuoto
tra la parola che sussulta
e quella che sprigiona.

In mezzo sei tu,
con le tue guance chiare
lasciate andare al tempo.

Sei nei pensieri che ti ho dedicato
sperando di stancarli
ma non è servito.

Sei nei muscoli sguainati dei polpacci,
che servono ancora al cammino
lontano, che ti vuole.

Sei nella mano che trema,
che provo a consolare,
ma trema.

Sei dove non s’interrompe
la lingua e dove
bruscamente frena.

Non mi eri caro: mi sei caro,
in un affetto indeclinabile
che non concede attese né rimpianti.

1924-2011

Come scorgendosi nel letto
Uno che dorma o in veglia sia disteso
Le mascherate membra del suo corpo
Però vaganti dune senza peso
E di coltri volubili gonfiezze
Forma di quiete solo essendo il morto
Io che vi sento smuovervi – parole:

E anime a una riva d’Acheronte
Per misterioso transito ammucchiate
Al quale or vi rifiuta ora vi prende
Torpido Caronte la mia mente
Che la barca riempie per riempire
Senza vedere qual di voi qual altra
Sia nella giusta sorte del partire

Di là rimaste così mi tormentate di notte
Spine del mio camminare
Voi dalla vostra finale
Essenza escluse bestiole
Infanti che reclamate
Nome, udienza –
Erinni al pavido cuore

Ossia bollicine minuscole
Verso l’alto sgorgando
Una e una e poi una
Precipiti a un liscio specchio:
Un ridere, un ridere
Del falso ordine –
Sì che abbia requie il testo e in me il vecchio

Giovanni Giudici – I versi

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