Ex voto

Ai piedi di San Francesco c’è un teschio senza mandibola che non riesco a smettere di guardare. Striature grige lo percorrono per tutta la curva del cranio, rotonde, aguzze attorno alle cavità orbitali, coagulano sull’arcata dentale come muffa che si addensa sotto i portici, diradando in ultimo sui denti come vene estreme e prosciugate. La teca del santo è incastonata tra una colonna e l’altra nella fila che separa la navata centrale da quella laterale, nascosta agli occhi dei fedeli che occupano le prime panche davanti all’altare. Io, da sola nell’ultima fila, la vedo benissimo. Accanto al santo una statua dell’Immacolata, fuori dal vetro, dimessa sopra un’impalcatura imponente d’oro e legno. Il volto di Maria, come una luna nell’acqua, guizza pallido fuori da un manto scuro ricoperto di stelle. Gli occhi innumerevoli di Dio stanno guardando.

Sciolgo il nodo della sciarpa, poso la borsa senza fare rumore, sfido col mio silenzio quel silenzio, mi guardo le mani senza più gli anelli, non ho più fedi, non mi lega più niente. Nel banco vicino al mio c’è il parcheggiatore abusivo di Piazza Dusmet, mi guarda col suo occhio sberciato, la bocca sempre aperta gli difetta, mi fissa attorno, non mi ha mai visto sola, ma non può sbagliarsi, sono sola. Da adesso in poi non sarò più il passeggero accanto, sarò quella che ha visto una volta in chiesa, a messa già iniziata, che gli ha stretto la mano in segno di pace ma non ha preso la comunione mentre lui si avviava con la gamba azzoppata dall’ennesimo guasto di nascita a rendere grazie al Signore.

Alla processione dei mariti devoti, delle mogli fedeli e delle madri io non prendo parte. Non sorreggo nessun braccio, non avvicino le mie labbra a nessun orecchio, mi inginocchio, li guardo mentre vanno e vengono, urtandosi, col capo costernato, guardo le loro guance quasi trasparenti muoversi impercettibilmente mentre masticano l’ostia e provo invidia. A me non è data la grazia dell’umiliazione, non mi è dato chiedere perdono, non ha un nome questa bestia che ha fatto del mio cuore la sua casa, e se pure avesse un nome sarebbe tanto puro da non dovere invocare alcuna assoluzione. Superbia, il primo vizio capitale. Questo è lo sguardo che restituisco a Dio.

L’inginocchiatoio è imbottito e non sento abbastanza dolore, ma sciolgo il mio voto e ne sigillo un altro. Mi rinnovo nel peccato di un altro patto simoniaco. L’organista canta a gola spiegata una canzone che mi ricorda la terza gravidanza di mia madre. Nella mia testa si sovrappongono i fantasmi di due solitudini sfalsate, il passato si fa presente, ho sette anni e piango nel letto di mia nonna e piango in questa chiesa e chiedo a mia madre di tornare presto e chiedo a questa madre di mandarmi via. Avrò un fratello, si chiamerà Tindaro, ho questo amore, ho tentato di abortirlo, di disfarlo come una placenta, di scacciarlo ma sopravvive, sia pure un errore, un abbaglio, un’illusione, ma madre guardami, dammi la possibilità di questo errore.

Lista molto sintetica dei miei difetti

Mangio le patatine fritte con le mani.
Non sono capace di camminare sui tacchi.
Faccio morire le piante.
Detesto il rumore dell’aspirapolvere.
Non so stirare le camicie.
Anzi stirare non mi piace proprio.

Piango quando nei film fanno i cortei per qualcuno che è morto.
Mi mette ansia dover usare il telefono.
Non ho la patente.
Non so nuotare.
Non so andare in bicicletta.
Chiedo troppo spesso scusa.
Ho paura delle blatte.

Do quasi sempre priorità alla scrittura.
Per questo a volte si accatastano i piatti nel lavandino.
Per questo a volte non sono presente.
Per questo a volte non dormo o dormo poco.
Per questo a volte sono turbata.
Quando sono turbata non lo dico.
Quando sono arrabbiata non lo dico.
Quando sono triste non lo dico.
In tutti i casi si vede lo stesso.

Sono orgogliosa.
Ho sempre i piedi freddi.
Lascio i libri ovunque perché nella libreria non c’è più spazio.
Continuo lo stesso a comprare libri.
Faccio di tutto per evitare di andare alla posta, in banca, in farmacia, dai dottori, dalla padrona di casa per darle il mese di affitto.
Sono insicura.
Sono vigliacca.
Sono anche presuntuosa.

Non sono capace di litigare.
Mi annoio facilmente.
Parlo spesso in dialetto.
Dico molte parolacce.
Dico molte parolacce in dialetto.
Spesso la mia prima frase al mattino è “che palle”.
Tutte le volte che mi asciugo i capelli canto.
Con molta convinzione.

Amo gli scrittori morti come se fossero vivi
e odio quasi tutti gli scrittori vivi.
Mi spaventa il vento quando è troppo forte.
Ma anche i tuoni. E i fulmini.
Scrivo numerose liste di cose da fare
e le lascio sparse qua e là per la casa.

Vedi tu se puoi amarmi lo stesso.

Dimenticare

L’ombra di questa pioggia,
il barlume secco dove non risplende
gioia, il furore smorzato, l’attesa
non riempita, questo smacco perenne

il non avere mai quanto si prega, mai
e la tua faccia si fa più opaca

tutto tranne la bocca, tutto
annega, raggela, anela
all’ingrata salvezza
che si annida nel dimenticare.

Stanze

Dimmi cosa si vede
nei buchi d’aria che noi respiriamo
come durare in un angolo
le scarpe da tennis
i vestiti rovesciati sulla sedia
il lenzuolo strappato tu
la pratica da assolvere
finché fiori bucato sperma
sul collo sui capelli pieghe
di cuscino dove ancora vivremo
nell’epica del sogno
violando il mare e noi creature
cosa resterà di tutto questo attraversare
usa pure l’asciugamano che vuoi
tanto non sono presente
e tu nemmeno e questo è l’attrito
di due corpi vuoti che si sovrastano.

Addomesticare le bestie

Cambia la lama del rasoio,
affila il dente, rimbocca
il veleno fino all’orlo.

Muta gli sguardi, gli umori
gli armamenti. Sotterrali.
Rovescia i polsi, porgili.

Fiuta nel fango l’odore
di muschio sospeso

gracile il balcone
dietro il vetro, ondeggia.

Solitudini

1.

Se n’era andata con quella certezza circa la solitudine. I locali brillavano di una luce al neon verde acido.
«Domani sarò a casa da sola ma non mi dispiace.»
«Una come te non è mai da sola.»
L’abbraccio si scioglieva come una neve scura lungo la strada. Quella notte dormì un sonno pieno e puntiforme. Nei suoi sogni costellazioni invisibili si inarcavano come palpebre.

2.

Chiudeva nel suo silenzio molte voci che l’avevano attraversata fino ad annientarla. La lotta era stata sottile e continua, e perdurava. Stentava a riconoscersi, a me sì cara vieni, pulendo il lavello fino a farlo brillare, e l’infinita vanità del tutto, lavandosi le mani molte volte, la vena, presto, la vena, immergendo le federe dei cuscini nella candeggina, tra noi la voce non conduce e arriva, infilando vestiti monocolore nella lavatrice, visto che mi navighi nel sangue, levando fino all’ultimo baluginio di polvere dal davanzale, il dentro che attraversi è nebbia spessa. Non era. Niente più di guscio riempito, la vita che altri avevano vissuto o creato prima di lei viveva al posto suo. Il lavello brillava, senza resti, senza macchie, gli era stata restituita una verginità spaventosa.

3.

Sotto un cartellone pubblicitario con un font gigantesco, rapace, multicolor è parcheggiata una macchina scura, la notte è illuminata a tratti, dentro i due si guardano, con le gambe un po’ piegate tendendo l’uno all’altra, almeno nelle intenzioni (i corpi avevano ripreso, poi nuovamente smesso, l’abitudine antica di congiungersi, ma dopotutto non era sembrato sufficiente), e nell’abitacolo si respira un’aria di prossimità e calore, un lieve terrore, quando basterebbe un gesto (sebbene lei non sappia dire quale), una parola (nonostante lui ne pronunci molte e quasi tutte condivisibili), un’azione di rivolta che sappia ricucire le loro vite, che renda merito al destino contorto che li ha trascinati lì, in quel luogo, in quel momento, dopo anni in cui a insaputa l’uno dell’altra si erano cercati osservati chiamati, ma quella distanza, quel precipizio sul cui orlo si erge il freno a mano, sembra, per qualche ragione, insormontabile.

4.

È solo il vuoto attorno a un corpo
– sebbene sia troppo affollato il raggio –
e un corpo solo svuota il cuore
e cavo è il cavo: lo spazio avanza.