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Quando ti ho detto che avevo fatto il biglietto, che sarei venuta dalle tue parti, tu mi hai detto “Evviva.” Così mi hai detto, “evviva.”, col punto fermo. Non sapevo se fossi ironico, (“evviva, sai che bello”) o se fossi così serio da avere bisogno della solennità di un punto fermo, e non della frivolezza dell’esclamativo. Ti ho letto ironico, dileggiatore. A pensarci adesso, ti penserei distratto.

Qualche volta mi manchi. Poche volte, ma mi manchi. Lo sanno gli esistenzialisti, i primi semiotici e qualcuno tra i russi che non sei tu a mancarmi. Forse qualche linguista, sicuramente i più scarsi tra i poeti. Che non sei tu a mancarmi. A me piace pensare che si sbaglino, perché se avessero ragione perderei il senno e mi verrebbe il sangue al naso per la disperazione.

Quando sei tu a mancarmi mi manca l’immagine che ti sopravvive. Questo lo sanno certi francesi, io pure lo so, fingo che non sia vero e fingo così bene che diventa vero il buco che mi sbreccia dentro.

Evviva, punto fermo. Tre di maggio. Niente, la primavera niente. Questa conversazione risale a più di trentaquattro settimane fa. Fermo immobile il fotogramma di quell’inverno che si impone. La tua opera incompleta riproposta sulle litografie di marzo, primavera niente, neve di calendario sui giardini dove porti i cani a pisciare, latrati rimasti senza passaporto, scordati in fretta prima che il bel tempo ritorni, un freddo porco nei messaggi del cellulare che non ho avuto il cuore di cancellare, alla fermata del sessantatré coi libri di filologia nelle braccia. Ecco dove mi manchi, qui, metti una mano qui, sulla fronte, senti che febbre? Senti che febbre che mi viene se penso a quanto si possa essere felici e disperati, felici e disperati sempre? Senti come si riempie la testa di ricordi, come sale il desiderio di sentirsi vivi, trentotto, trentotto e mezzo, quaranta, li senti questi cavalli che scalciano dietro le tempie, questi fantasmi che ti chiedono un segno, questo vuoto che pulsa, questa paura, questo grido feroce, questo terrore, questo vivere invano lo senti?

Quando torno a Roma non piove. La luce è già tramontata, i neon illuminano la stazione Tiburtina e sembrano occhi aperti e tristi sulla notte che avanza. Prendo l’uscita dal lato di largo Camesena, attacco gli auricolari al cellulare per sentire la radio e in radio passano Il debole fra i due. C’è un punto appena fuori dalla stazione in cui si vedono le cime dei pini e gli incroci dei binari, le reti metalliche dei lavori in corso e i cartelloni pubblicitari che svettano sui palazzi. In quel punto sento l’aria che mi attraversa e mi placa, e mi riporta a casa. Allora armeggio nella borsa, prendo il lettore o il telefono, ci metto qualche secondo a districare i fili delle cuffie e poi confido nella casualità: non è mai successo che partisse la canzone sbagliata.

Non piove, nonostante le previsioni del tempo. Mi chiedo quando mi capiterà di percorrere di nuovo la stessa strada, probabilmente mai e mi gela il cuore. C’è freddo ma non piove, con una mano trascino la valigia, con l’altra tengo i manici della borsa, chissà quanti sono i posti in cui non sono stata pensando che avrei avuto tempo.

(Sulla navetta verso l’aeroporto ho tenuto in braccio una bambina, aveva gli occhi celesti, un ciuccio viola, una sciarpa colorata, si chiamava Lucia. La madre mi ha chiesto di tenerla un momento e per un momento ho sperato che non tornasse a prenderla. Le ho sorriso, le ho accarezzato un braccio, l’ho protetta da una brusca frenata e Lucia solo guardava sua madre, ricambiata, salvata per sempre.)

Apro le finestre, cambio il filtro alla brocca dell’acqua, mi siedo, le lenti nuove mi hanno fatto venire il mal di testa, le scarpe nuove mi hanno storpiato il passo, bisogna adattarsi, è una questione muscolare, oculare, plantare, è una questione di sopravvivenza. E quando ti sei adattato, quando ti sei fatto venire le abitudini sulla pelle, grosse come vesciche, quando ti sei deformato il corpo per stare più comodo, allora te ne vai, ti levi la carne di dosso, spingi più forte come il contorsionista contro le pareti di una scatola.

(Adesso comincia la conta al rovescio, la sottrazione. L’insieme infinito dei numeri reali, i Musei Capitolini, la mano nella Bocca della verità. Adesso comincia il lungo addio di Lucia, dura quattordici giorni, avviene in solitudine, si chiude come un riccio davanti al pericolo. Per riprendere i vizi, ho cronometrato, servono diciassette minuti. E il ritmo riprende, riprende la contrazione-l’espansione della normalità.)

Un altro caffè, ho mal di testa, mi sono messa a letto, tuona.

Charnine

non è successo, non ha morsicato,

il dente era secco, la sacca svuotata degli occhi

il sogno che si dibatteva nel lenzuolo sudato

nel seme secco, la sacca svuotata del ventre

il margine reale dove nidifica la serpe

la siepe oltre cui non passa speranza

secca, la sacca svuotata di bile

nera resistenza del sogno che procede

come un non morto, una foglia che cade

secca, dall’occhio svuotato del ramo

e dietro i treni continuano a passare

per quelli che ancora hanno una casa

a cui tornare, qualcosa

da cui fuggire, viva, non secca,

membrana liquida, tra membrane opache.

 

 

 

 

 

 

In città ci sono le svendite dei negozi di articoli sportivi che stanno per chiudere per sempre

per riaprire in un’altra strada

ma con un altro nome e quando vai a vedere c’è Gabriele che ti dice che anche quest’anno andrà a sciare

a Cortina che suo padre è morto

e gli ha lasciato questioni cose dell’eredità.

(Un giorno tutto questo sarà mio, questa collina che abbiamo in giardino, la gobba

di un morto di troppo nascosto in casa)

Qualche volta ancora inciampiamo, mentre giriamo in questo dolore

con la cazzuola e il trinciagambi in mano ripulendo

le schegge naturali improprie del naturale improprio progredire. Inciampiamo

tutti sporchi col trinciagambi nel polpastrello col sangue sul colletto bianco la pettorina verde il muretto di cemento cede

la cazzuola non serve più al più la si può usare

per spalare gli escrementi del cane che ha disimparato

(non a costruire, costruire non serve più)

a chiedere l’acqua il guinzaglio la passeggiata la pantofola il giornale

il cane che si leggeva il giornale ogni sabato mattina («La Stampa» sono secoli che esce «Tuttolibri») e si rendeva conto

di quello che vuole la gente che compra i libri e la domenica mai una messa un centro commerciale una tazza di cereali una scopata

ma puntuale l’inserto del Sole con le sue pagine gialle che accolgono capelli scoperti e rasoi.

Tra il porpora e l’avorio c’è il mio sguardo indifferente

ai mutamenti dell’ecosistema che dissestano

il verde con la lamiera della stratificazione urbana

C’è la strage dove andiamo a spiare i resti

di quelli che si salutano alle stazioni

C’è il semaforo che permette modesti avanzamenti

di corriera e il cartellone pubblicitario di un’auto

che non saprei distinguere dalle altre come le birre

(delle birre alla fine compriamo la marca)

E se per caso succede qualcosa di imprevisto

di bello e di imprevisto

corriamo a scriverlo su twitter e diventa

meno bello e meno imprevisto

Allora cancello dal finale questo triste inizio

aggrapparsi al resto è un ramo inciso

la destinazione è sola e nota, quando si piega

alla musica il verso il nesso il caso scompare

scompaiono, di me, non deve restare niente.

A riguardarle adesso, queste foto, queste foto in cui ero stanca e sorridevo lo stesso perché il tempo da qualche parte in me sorrideva, quel tempo passato assieme all’Auditorium nei sotterranei, nei luoghi esposti alle lenti oscurate, nel sole in bocca, che tenevamo in bocca per gioco e per scaramanzia, il tempo passato insieme nelle librerie, in piazza Colonna, a San Lorenzo, sui tavolini macchiati di prosecco mentre morivano i poeti e misuravamo i piedi nelle scarpe, il tempo sulle panchine di pietra coi ragazzi che chiedevano avete da fumare, che abbiamo viaggiato insieme, col carico di benzina diviso e le canzoni che dalla nostra bocca schizzavano contro i finestrini in corsa. A riguardarle adesso quelle foto coi vestiti verdi e il trucco scuro attorno agli occhi e le guance scavate dalla passione dal freddo, con parole traballanti sui denti spinte fuori per chiedere (chiedere per ottenere non chiedere per sapere) e la ricompensa sempre inferiore del previsto e l’ostinazione sempre cieca di tentare un’altra volta e dopo piangere pulendo il lavello piangere ancora ma fuggire il riparo subdolo del letto a oltranza.

A riguardarle adesso le foto in cui ci sono io e ci sei tu e attorno amici che diventano ricordi che diventano album sul profilo di facebook che diventano roba da infilare in un cassetto e massacrarsi qualche volta di nostalgia qualche volta quando torna la voglia, la voglia torna, puoi starne certo, le volte in cui dirai che avresti potuto fare di più che avresti dovuto essere più gentile essere più coraggiosa essere più preparata più intraprendente quelle volte che hai dovuto considerare la tua timidezza che non eri pronta a essere qualcosa di più perché sei sempre stata qualcosa di meno.

Anche se niente è ancora finito sai già che il nastro di imballaggio chiuderà quattro anni in una scatola le ricevute dell’affitto i biglietti del cinema le scatole di origami le cene di Natale le sorprese dell’ovetto Kinder gli abbracci che certo erano troppo pochi centonovantuno biglietti da visita i normari redazionali un’altra vita i libri rimasti a coprire gli scaffali perché il vuoto ovunque è ovunque un vuoto. Chiudere la porta di casa ripetendo non ho più niente ripetendo è finita davvero giurare di tornare come una promessa d’amore serrata col lucchetto sul Lungotevere, buttare le chiavi ai pesci e poi sperare ma sperare forte e nel frattempo gettare la terra sopra quello che resta di tutti i desideri, convincersi che non fa niente, che non ha avuto importanza, che non è stato niente e niente è la parola che ripeterai più spesso nei prossimi mesi per farti coraggio: niente s’è perso perché non c’era niente, niente ferisce dove non c’era niente, niente può fare male perché tanto è niente.

Le persone trovate perdute ritrovate perdute per sempre l’affetto speso l’amore investito come a fondo perduto l’amore sfondato le corse in metropolitana i compagni di corso i comunicati stampa gli esami a gocce le spalle lussate le distorsioni le stampelle prestate le serate i vestiti nuovi le zeppe i libri appesi le pietre nelle tasche le mostre sui surrealisti le pizze crude le fermate dell’autobus i pinguini piazza mancini la sigaretta in balcone i concerti il caffè americano le lunghe chiacchierate con l’acqua che ti colava fino al gomito le gare con la Wii i gruppi d’ascolto il cibo giapponese il vino su San Lorenzo le gite al mare le foto su Instagram i pic-nic coi libri i libri i libri i libri l’amicizia che arranca che esplode che arranca le parole che non arrivano quando servono e sì che servirebbero sempre ma certe volte è tardi e certe altre volte sono troppo pesanti e le mani troppo sottili le spalle troppo stanche mi viene voglia di urlare di urlare grazie con la finestra aperta ma ho freddo e non mi va di andare, questa volta che vorrei aggiustare, correggere gli errori, ricominciare il gioco, questa volta che mi sento quasi pronta per stare male di nuovo che ho paura ma ho una voglia una voglia di vedere come va a finire, questa volta proprio che vorrei continuare a lottare, che vorrei restare, restare, continuare a restare.

Nessun verso è libero

T. S. Eliot

Forse se avessi smesso prima
quest’ossessione di volere invano
quella speranza quella dedizione
l’insonnia il sacrificio tutto quanto

(mi sarebbe bastata una risposta
per finirla qui anche stavolta
come ho lasciato che finisse sempre)

È la strada che non ho seguito la mia strada
che curva dove corri
e sbanda dove ti aspetto

Il rosso della cenere si accende
e ti fai nebbia al tatto, al passo
svelto che separa
dal cedimento la mia resistenza

La maglia è troppo larga e il corpo vaga
dal bordo al bordo dell’autunno
che si dilata e si disperde scuro
come macchia di tumore, denso
sperare disperare intenso

E quello che rimane è una voragine
il dentro che attraversi è nebbia spessa

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