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Sul 2 in direzione piazzale Flaminio mi viene in mente il pensiero che sia proprio il momento giusto. Che scrivere un romanzo non è poi così difficile, se togli via come una buccia di mela tutta la dietrologia delle teorie della letteratura e le trentuno funzioni di Propp. E lasci solo l’essenziale: prima di tutto la storia che vorresti leggere; poi la storia che vorresti ascoltare; e infine la musica che vorresti sentire.

Penso alle maniglie rosse dell’autobus, mentre la mia bocca imita una canzone d’amore che parte dal lettore. Un ragazzo con le converse nere di pelle mi fissa dall’alto del suo neo. Io sussurro da parte a parte il cielo legherei alle mie dita. Tu sei soprattutto nella mia stanza e in quella canzone di Battisti che dice continuamente mi ritorni in mente.

E’ troppo presto per dedicarsi a un romanzo. E in fondo è inutile, ce ne sono talmente tanti che fare piovere un giorno in più non ha senso.

- – -

E quando finalmente arrivo a piazza del popolo alla fermata c’è una donna dai capelli lunghi e biondi, stopposi e sporchi. Si gira e le vedo la faccia truccata di cerone, il rossetto acceso sulle labbra e sulle guance, gli occhi cerchiati d’azzurro, un cerchietto avvolto dalla carta igienica.

Io ero bellissima, bellissima.

Mi ha rovinato, lui voleva per sé

la donna di plastica,

la donna di plastica.

Io ero una donna, una donna

insegnavo architettura all’università

prima che fosse tardi

che mi rovinasse con la sua folle mania

di volermi sempre

una donna di plastica.

E non sai la pena,

non sai la voglia di scappare via.

Non sai la pena,

non sai la voglia di scappare via.

- – -

Quattro e novantacinque. Due e ventinove. Hai preparato qualcosa per pranzo. Possa sprofondarvi la stanchezza mediocre di quest’assurda giornata.

#000

Non passa giorno in cui non ti dedichi almeno un pensiero.

Tu sapevi soprattutto la giusta misura. Sapevi inquartare le righe, senza il minimo terrore d’annoiare. Tagliavi a mezzo i pensieri, se si mostravano nudi inopportunamente lunghi. O li arricciavi all’angolo, se per errore, più che una frase sembravano sputo.

Tu sapevi di me soprattutto la giusta misura. M’incarceravi all’angolo, se per ore guardavo il tuo riflesso su di una porta a vetri. O mi tagliavi in mezzo lo sguardo che provava ad avvicinarti di nascosto e invece finiva sempre per disperdersi, come il vento che separa la terra di un cortile.

Non so queste parole dove vanno a finire, se non so dov’è chi le potrà capire. Non so mai dove poterti cercare. (E pensare che non ho smesso mai, d’inseguirti, come un cane privato dell’olfatto, rincorrerti una traccia, un odore, un pensiero che hai strappato dalla scarpa.)

E’ la notte che sta sopra di noi, che ci separa ancora, che ci raccoglie ancora. E’ brutto e consolatore il pensiero che dividiamo comunque lo stesso cielo.

Maria mentre sfoglia la noia scopre che si muore, e si muore vicino più di quanto pensi. In un luogo orizzontale, fatto d’intelaiature del pensiero, e strade mute e occhi chiusi, appena, lievi.

Nei posti inesistenti e caldi di battito umano si moltiplicano le voci, e le notizie sopraggiunte da lontano, battute dai pochi che vivono ancora.

Conta al rovescio quanti dati ancora le restano da scrivere e fa di tutto (rende raggiungibile l’impossibile) per non affogare i minuti nel lago pastoso dell’indifferenza.

Nomi che scorrono al contrario, nella pioggia risucchiata dal cielo, primo novembre duemila e nove, una voce che appare e scompare.

Una matrona invecchiata, con le dita gonfie di cattivi presentimenti, inanellata, e con le collane a capofitto sopra i seni, narici che spuntano come occhi taurini, oltre la cortina di fumo.

“La nicotina è una sostanza che provoca fascino. Il pensiero ammaliatore e stregonesco che io possa rubarti un bacio soltanto arrotondando le labbra, soltando simulando un pensiero orale e osceno.”

Nasce da una ferita aperta il pensiero che tu possa tornare, di tanto in tanto, a rinnovare dolori.

All’altezza del cuore ho tanto spazio che non so colmare. Ho le mani calme mentre pensano a come infilare parole come perle, per i fili lunghi della matematica. Ho gli occhi piatti, lisci come un disco e la pupilla incide sempre la stessa musica. Ho gli occhi chiusi, come bordi di pane lavorato da mani meno calme, e meno chiare.

Ho le ciglia rotte come cerniere, sopra i sapori di certe giornate calde e siciliane. Martedì del colore di un biscotto, mercoledì da quindici euro, fra primo secondo e contorno, e girare il caffè sempre nello stesso senso per non disturbare le tue delicate manie.

I lunedì spalmati sui sedili di un’auto bordeaux che ovunque la riconosceresti per il corredo adesivo del posteriore. Lunedì silenziosi, lunedì rubati a una città che si trascina dietro il riposo della domenica, e la chiusura settimanale delle saracinesche. Lunedì in cui ti era concesso di dimenticare il viaggio, e il disfacimento totale del tuo già critico guardaroba. Lunedì grigi di pavimentazione stradale, e bianchi d’allegria. Lunedì trascorsi nell’unico posto aperto che si conosceva, per mangiare un panino come lo si conosceva. Avere cura di evitare i lampadari, a pochi centimetri dalle nostre teste. Qualcosa che si muove, a parte i lucidi presentimenti della fine e il nostro perenne senso di scomoda precarietà.

All’altezza del cuore ho un cuore che ogni tanto si concede, qualche piccolo cedimento emotivo, malgrado l’età e le continue esortazioni della mente.

Non sempre è importante che fuori piova, per trovare la strada giusta, che parta, che arrivi, soprattutto che arrivi. L’importante è che piova dentro.

E dentro di me è il diluvio.

All’altezza del cuore ho il cuore così pieno di nostaglia che sembra quasi galleggiare in me.

Invito a merenda

- Ho i biscotti più buoni del mondo da inzuppare nel latte… i Moli-netti!

E tira fuori una busta di Campagnole del Mulino Bianco.

- Andre’ sono Campagnole.

- Non essere classista, sono dei biscotti squisiti.

C’è gente che spera, annaspando in venti centimentri di fango, con i piedi di gomma e di plastica dura. Ma che cazzo speri, ventidue sono già morti, i loro cadaveri recuperati chissà dove, incastrati in una macchina, trascinati da un torrente nero e denso, una mano spuntava da un quintale di cemento ammassato in strada. Non c’era più, la strada.

Un bambino gioca in balcone, un tuono, alza lo sguardo, il cielo è nero, due gocce di pioggia gli bagnano la fronte, poi altre due, poi sempre di più, finché non crollano tutti, i giochi e il suo balcone.

In una fotografia c’è qualcuno che prega, in tv tutti si arrabbiano, piangono, s’indignano. Una ragazza, disgustata, chiude la mano e dice “ma quali voti?” mentre quelli che i voti li hanno presi eccome dicono non potevamo fare niente, dicono non abbiamo soldi a sufficienza, dicono non potevamo sapere. Ma che cazzo non potevi sapere? Ti è stato affidato il compito di governare una regione, una provincia, un paese. Chissà se ci pensi che la responsabilità è anche un po’ tua mentre appoggi il tuo culo su una coperta di lana merinos e fissi una cornice da mille e ottocento euro attaccata alla parete.

Due vecchie parlano, nel guscio chiuso di una stanza mentre fuori infuria tempesta. Si dicono in un dialetto stretto che per fortuna loro sono al sicuro. Al sicuro.

Il telefonino non prende, perché nel 2010 ci sono ancora posti dimenticati da tutti dove non è stato possibile installare un ripetitore. Ci sono villaggi isolati, perché nel 2010 ci sono ancora villaggi isolati, posti dove passano due autobus al giorno e non ci sono più panifici, botteghe o farmacie. Non c’è niente in quei posti, solo silenzio, pezzi di terra coltivati a patate e pomodori. Ma c’è qualcuno che vive, in quei posti, e la sua vita non vale meno della mia.

Una donna che prepara un’insalata, due cotolette, il marito fa una battuta lei ride e le scivola il coltello dalle mani, si china per prenderlo e non si rialza più.

Chissà se Simone lo immaginava. Chissà se nel momento in cui ha realizzato di essere in salvo ha pensato che tutta la sua vita era intrappolata da qualche altra parte. Chissà se ha pensato che senza di loro era un ragazzo finito. Chissà se ha pensato che poteva pure non uscirne più. Otto vite in cambio di una.

(Io soffro di cattiva espressione emozionale. Mentre sul mio social network del cuore i miei amici esprimo solidarietà alla vittime del nubifragio io non riesco mai a condividere. Perché mi sento in colpa. Io, da qui, come posso esprimere solidarietà a qualcuno. Un clic non mi aiuta a pulirmi la coscienza. Io vorrei scacciare via questi ultimi giorni con un gesto facile della mano. Ma non posso.)

Tutto

Tutto l’amore, tutte le sue forme strane, tutte le strade, tutte le parole che ho percorso, le destinazioni, i tuoi occhi stretti e sconfinati, il mondo quando si colorava di blu, le nuvole, il tuo sorriso, i ciuffi d’erba in mezzo alle cicche spente, le costruzioni bianche orribili, il monastero, il tuo sorriso. Tutti i sogni, e tutti i pensieri, tutte le cose che faccio, tutte le volte che ci sei, tutte le volte che ti ho perso. Tutte le volte in cui abbiamo evitato lo sguardo. Tutti i ricordi e i momenti neri, tutti i pensieri e i momenti chiari. Tutto il caos e in mezzo tu.

La realtà fuori - Apro e chiudo possibilità, mentre fisso la mia vita in multitasking. Dall’altra stanza arriva la voce di una finta Marilyn che canta Happy birthday Mr President.

L’oggettiva considerazione – Io sono dove vorrei essere in questo momento. Solo, ho la testa più pesante.

Il particolare essenziale – Ho gli occhi nuovi, lucidi, ma la realtà non è più a colori di prima. Sono gli stessi colori, ma allagati.

Il dettaglio – Piovono rose nell’angolo sinistro del mio computer e forse è arrivato il momento di leggere.

La verità - Io non sono qui. Io sono dove in qualche modo ci sei anche tu.

La novità – Le amicizie si fanno con le domande. Quando voglio che rimani ancora finisco le mie frasi con un sorriso interrogativo che non puoi vedere.

L’ultima volta.

Su setteperuno.

Mi ero proprio affezionata.

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