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Ho finito il libro di Patrizia Cavalli.
Sono uscita senza giacca con un lungo
maglione di cotone blu sopra le mani.
Ho bevuto un caffè dalla mia amica.
Ho sentito delle cover di Bill Withers
e sei volte Mílanó dei Sigur Ròs.
Mi piace quando al minuto 3.57
la musica si apre e si fa orgasmo.
Ho finito di scrivere un racconto
che finisce con la parola “sanguina”.
Ho finito di leggere un racconto
che finiva con la parola “Lyndon?”
È importante l’ultima parola,
non tanto averla, ma capirla.

Mary Lou

Tramutarsi in fantasma
è una soluzione
che vi raccomando freddamente.

Nina Cassian

*

Stiamo bene, Mary Lou. Voglio che stiamo bene, dopotutto ce lo meritiamo. Possiamo cominciare a stare bene quando ci pare. Adesso per esempio. Che importa se non siamo stati felici? O se lo siamo stati? Ti ricordi quando ti dicevo che mi piaceva il tuo vestito blu, con quella gonna ampia che ti arrivava fino alle caviglie e i piccoli fiori che si sparpagliavano sul tessuto? Eravamo al parco e tu facevi la ruota, girando su te stessa, col vento che ti scopriva le gambe.

Te lo ricordi, Mary Lou?

Ho voglia di stare bene. E che tu stia bene. Perché sento che sto scomparendo e non riesco a sopportarlo. La mattina mi guardo le mani e sono sempre più gonfie, lo sento che mi sto riempiendo d’aria e che tutto il resto sta collassando su sé stesso. Il cuore, il fegato, i polmoni, non ho più niente che sappia funzionare qua dentro, niente che faccia il suo cazzo di dovere. E tu te ne vai, mi dici che torni subito, lo dici come se ti fossi scordata di fare una cosa importante, come comprare il pane, e invece te ne vai e basta. Non mi chiami, non mi scrivi, niente.

Lane è venuta a portarmi da mangiare l’altro giorno, aveva preparato lo spezzatino di vitello. I pezzi di carne galleggiavano in una brodaglia marroncina insieme a cose verdi e rosse che non ho saputo riconoscere. Mi ha gridato qualcosa dalla porta d’ingresso ma sono riuscito ad afferrare solo la fine della frase: “… già da fuori, maledizione”. Dal soggiorno le ho gridato che dici Lane? Che hai detto? E il braccio mi è scivolato fuori dal divano, con la mano ho toccato qualcosa per terra che si è messa a rotolare sul pavimento. Ho aperto gli occhi e ho visto il gatto che leccava delle briciole sul tappeto facendo avanti e indietro con la lingua, avanti e indietro, avanti e indietro. Ho cercato di avvicinarmi per guardare meglio il fottuto movimento di quella lingua sul tappeto e mi è sembrato di vedere le sue papille ruvide e rotonde, gigantesche. Mentre mi avvicinavo ho sentito una gran puzza di piscio e ho detto al gatto di levarsi dai piedi, piscione farabutto che non era altro. Lane mi ha raggiunto con un passo pesante da militare e la sua voce si è fermata davanti a me dicendo “Phil, te la sei fatta addosso”. Io le ho detto la verità, le ho detto che era stato il gatto, ma non mi ha creduto.

È stato a quel punto che ho visto la sua schiena curvarsi sopra il tavolo vicino al divano e posare il recipiente trasparente pieno di quella brodaglia che lì sul momento mi ha ricordato che non avevo più sistemato il giardino della signora McFarry e che la signora McFarry era morta quattro mesi prima sulla sua poltrona di damasco che puzzava esattamente come la moquette del motel in cui lavoravi tu, Mary Lou. Allora ho detto a Lane che diavolo è questa roba? E dov’è finita la mia Mary Lou? E lei mi ha detto che era spezzatino di vitello e di smetterla con questa storia di Mary Lou. Così ho richiuso gli occhi perché non volevo vedere la stupida bocca di Lane muoversi con tutta quella lentezza, strascicare con tutta quella fatica, solo per dire stronzate.

Credo che prima di andare via abbia pulito la stanza, perché quando mi sono svegliato sul pavimento non c’erano più né il gatto né le briciole né le bottiglie vuote, e nell’aria si sentiva un odore intenso di violetta e candeggina.

Sono stato meglio di così, Mary Lou, tu lo sai. Ma non te ne faccio una colpa. Nessuno deve portare croci che non vuole portare. E io non voglio ingombrare le tue spalle, Mary Lou, quelle spalle piccole che ho baciato tante volte. Quindi lo capisco quando dici che torni subito e poi non torni. È solo che vorrei che non mi mentissi. Che mi dicessi la verità, che mi dicessi che non mi ami più, così potrei smettere di guardare sempre fuori dalla finestra sperando che la sigaretta mi caschi dalle mani per un sussulto.

Ero in balcone con Leda, c’era un freddo che stonava con la primavera segnata dal calendario. Si vedevano le luci del teatro, arancioni, e la cima dell’albero alle sue spalle oscillava leggera come una culla. Mentre Leda sollevava la sua sciarpa grigia sopra la bocca io le dicevo che avevo smesso di sognare ed ero felice. Non che dorma bene, le ho detto, sarà il cambio di stagione, sarà che sento caldo o sarà che mi deve venire il ciclo, fatto sta che non dormo bene. Ma avevo fatto dei passi avanti, spegnevo il cellulare e riuscivo a leggere fino a tardi. Mi addormentavo stordita, pensando principalmente a come si costruisce un personaggio e a cosa mi sarei messa il giorno dopo per andare a lezione. E lei aveva degli occhi grandi e mi diceva che era meglio così. Le sue parole mi arrivavano calde e attutite dalla sciarpa di lana.

Sapevo che non sarebbe durata. E infatti quella stessa notte ho ricominciato a sognare. Mentre sogno mi sveglio sospirando come se mi lamentassi, come se ci fosse una zanzara che continuamente cerca di azzannarmi sulla fronte. Mi sveglio mugolando e mi giro sull’altro fianco e dopo un po’ mi giro di nuovo. A volte invece mi sveglio muovendo le mani per aria, come se cercassi di afferrare un filo invisibile o un pensiero, poi mi sistemo il lenzuolo e mi riaddormento sconfitta.
Fatto sta che non dormo bene. E da quando ho ricominciato a sognare dormo peggio.

Non ho modo di arginare questa cosa, dal momento che, com’è noto, non è possibile controllare i propri sogni. La sola strategia che sono quindi in grado di adottare è di dimenticarli il più in fretta possibile al risveglio. Ma c’è sempre un momento in cui mi tornano in mente: quando apro il cancello che separa un corpo scala e l’altro all’interno del mio palazzo. Metto una mano sull’inferriata e penso a sant’Agata e subito mi assalgono il ricordo del sogno e un pervasivo senso di solitudine. Attraverso il cancello, lo richiudo, comincio a scendere i più larghi gradini che portano all’uscita. E mentre scendo quei gradini penso sempre a delle cose che sul momento mi sembrano intelligenti.

Una volta ho pensato che quando scrivi per qualcuno in particolare quello che scrivi fa sempre schifo a rileggerlo dopo un po’. Un’altra volta ho pensato che non è possibile scrivere ed essere completamente sinceri nello stesso tempo. Un’altra volta ho pensato a quanto è stato bello questo febbraio, e che avrei voluto avere le parole per raccontarlo esattamente per come l’ho vissuto. Un’altra volta ancora ho pensato che è ridicolo chiedere a chiunque di vederti interamente quando tu stessa non sai interamente chi sei. Quando ho capito che tutte le cose che pensavo dopo aver chiuso il cancello riguardavano insieme la scrittura, gli altri e l’amore ho capito anche che non poteva esserci niente di intelligente o sensato in quello che pensavo. Così adesso dopo che chiudo il cancello mi metto le cuffie e ascolto una canzone.

La canzone ideale dura circa otto o nove minuti, il tempo che impiego per scendere le scale, uscire dal portone, percorrere via Vittorio Emanuele, svoltare prima del Boggio Lera, entrare dall’ingresso secondario dei Benedettini e raggiungere il cortile. Se ho saputo scegliere la canzone giusta il mio arrivo nel cortile coincide con la fine della canzone. A volte rallento o accelero il passo perché non mi piace sbagliare coi tempi. Scelgo sempre una canzone che posso cantare o almeno un po’ ballare per strada. Mi fa stare meglio. L’ultima volta ho ascoltato Fortissimo cantata da Mina e per un pelo non mi mettevano sotto con la macchina.

Quel pomeriggio quando sono arrivata erano ancora tutti fuori. Li ho salutati con un bacio e ho abbracciato Corrado perché non lo vedevo da qualche giorno. Poi sono entrata a posare la borsa in aula, dove c’era Maurizio che caricava le slide della lezione sul computer e mentre caricava le slide ascoltava Creep dei Radiohead. Ho posato la borsa indugiando qualche secondo, mi è sembrato che fosse inutile tutto quello che non ruotava attorno allo stesso pensiero e per scongiurare ogni potenziale catastrofe interiore sono uscita dall’aula e ho raggiunto Grazia che mi aspettava per la sigaretta.
Purtroppo sulla storia dell’inutilità la penso ancora allo stesso modo.

Quando sono tornata a casa ho ricontrollato gli appunti delle lezioni delle ultime settimane, soffermandomi soprattutto su quelle che mi avevano annoiata di più. Sugli appunti delle lezioni che mi annoiano scrivo sempre delle cose che non c’entrano niente e accanto metto un asterisco. Per esempio “dolcezza indivisa”, oppure “vapori di mercurio”, oppure “il flauto suadente del dialetto”. E siccome mia madre mi ha insegnato che di ogni mela mezza marcia va sempre presa la parte buona, a volte scrivo solo quello che si salva della lezione e per lo più sono citazioni. Per esempio quella di Jacques Séguéla, il quale diceva: “Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario, lei mi crede pianista in un bordello”. Anche Jacques Séguéla, evidentemente, dalla madre aveva imparato qualcosa.

In mezzo a tutti gli appunti trovo tre versi che avevo scritto durante la lezione di architettura di qualcosa, ai quali finalmente posso aggiungere l’ultimo e godermi quel momento in cui dopo tanto chiedersi e tanto tormentarsi alla fine ti sembra di aver trovato una risposta, anche se come sempre arriva tardi.

Mi chiedo se mi vedi
a pezzi o intera
se mi riconosci
e non m’importa.

È tutto verde

Lei dice non mi importa se mi credi o no, è la verità, poi tu credi pure a quello che ti pare. Quindi è sicuro che mente. Quando è la verità si fa in quattro per cercare di farti credere a quello che dice. Perciò sento di non avere dubbi.
Si rasserena e guarda dall’altra parte, lontano, ha l’aria furba con la sigaretta sotto la luce che entra dalla finestra bagnata, e io non so cosa mi sento di dire.
Dico Mayfly con te non so più cosa fare o cosa dire o a cosa credere. Ma ci sono delle cose che so per certe. So che io sto diventando vecchio e tu no. E che ti do tutto quello che ho da darti, con le mani e con il cuore. Tutto quello che ho dentro di me l’ho dato a te. Tengo duro e lavoro sodo ogni giorno. Ho fatto di te l’unica ragione che ho per fare quello che faccio sempre. Ho cercato di costruire una casa per te, una casa di cui facessi parte, e che fosse una bella casa.
Mi rassereno anch’io e getto il fiammifero nel lavandino insieme ad altri fiammiferi, piatti, una spugna e cose del genere.
Dico Mayfly il mio cuore ha fatto il giro del mondo e ritorno per te ma ho quarantotto anni. È ora che la smetto di lasciarmi semplicemente trascinare dalle cose. Devo usare quel po’ di tempo che ancora mi resta per cercare di sistemare tutto e stare bene. Devo provare a stare come ho bisogno di stare. In me ci sono delle esigenze che tu non riesci neanche più a vedere, perché ci sono troppe esigenze tue di mezzo.
Lei non dice nulla e io guardo la sua finestra e sento che lei sa che io so, e seduta sul mio divano fa un movimento. Ripiega le gambe sotto di sé, ha un paio di pantaloncini.
Dico in fondo non mi importa di quello che ho visto o che credo di aver visto. Non è più quello il punto. So che sto diventando vecchio e tu no. Ma ora mi sento come se ci fosse tutto me stesso che va verso di te mentre di te in cambio non mi viene più niente.
Ha i capelli tirati su con un fermaglio e delle forcine e si tiene il mento con la mano, è mattina presto, sembra che stia sognando rivolta verso la luce pulita che entra dalla finestra bagnata sopra il mio divano.
È tutto verde, dice. Guarda com’è tutto verde Mitch. Come fai a dire di provare certe cose quando fuori è tutto così verde.
La finestra sopra il lavello del mio cucinino è stata ripulita dal violento acquazzone di stanotte e ora è una mattina di sole, è ancora presto, e fuori c’è un casino di verde.
Gli alberi sono verdi e quel po’ d’erba che c’è oltre i dossi rallentatori è verde e allisciata. Ma non è tutto quanto verde. Le altre roulotte non sono verdi e il mio tavolino lì fuori con le pozzanghere allineate e le lattine di birra e le cicche che galleggiano nel portacenere non è verde, né il mio furgone, o la ghiaia della piazzola, o il triciclo che sta rovesciato su un fianco sotto un filo per il bucato senza bucato sopra accanto alla roulotte vicina, dove c’è uno che ha fatto dei bambini.
È tutto verde sta dicendo lei. Lo sta sussurrando e il sussurro non è più rivolto a me lo so.
Getto la sigaretta e volto bruscamente le spalle al mattino con il sapore di qualcosa di vero in bocca. Mi volto bruscamente verso di lei che sta sul divano in piena luce.
Da dov’è seduta sta guardando fuori, e io guardo lei, e c’è qualcosa in me che non si riesce a chiudere, nel guardarla. Mayfly ha un corpo. E lei è la mia mattina. Dite il suo nome.

David Foster Wallace, È tutto verde, in La ragazza dai capelli strani, minimum fax, 2003.

Quella bocca sfibrata a cui mi aggrappo
nel fulgido disfacimento del ricordo
di te che avanzi rinnegando il mare
mentre avanzi
fuori dalle mie braccia.

Ti cerco tutte le volte che la ruggine
intacca i polpastrelli, penso a te
nell’illusione di non avere altro

che il tuo cappotto gelato
le tue mani ruvide, le mie mani bianche
il proseguimento dello stordimento
nei sogni replicati a distanza.

La tua distanza.

I tuoi occhi grandi
le frasi oscene degli scrittori
gli origami
portarti al parco un giorno

(guardare le cime degli alberi
guardarci la punta dei piedi)

un giorno che non è mai arrivato.

Svenire

Hai concluso dicendo “troppo stanca”
e le buste allungate della spesa
assecondavano l’onda cava del tuo corpo.

Sono cadute le uova l’insalata il pane
il riso che s’è spaccato seminando
lingue sottili e bianche sull’asfalto.

Si allargavano innocenti come macchia.

Ti ho incontrato un giorno, sul terrazzo di mia nonna, nella tua luminosa magrezza.
Ho sentito la tua pelle, la mia faccia inabissava nella curva bianca del tuo collo.
Ti ho baciato una guancia. Mi sembravi perfetto, avevi un odore.
Ti ho abbracciato. Per sentire le tue spalle. Per sentire la tua schiena. Per assicurarmi che non fossi un’invenzione. Per assicurarmi che non fosse un’invenzione. E mi sembrava perfetto, avevi un odore.

Ho provato a fermarti, dentro e fuori da questo delirio incosciente. Ma c’è troppa luce, le imposte mai chiuse del tutto.

Ti sei sdraiato su una tavola di legno con le rotelle, sembrava un gioco dismesso un numero infinito di anni prima. Di certo non eravamo ancora nati.
Vedevo quello che vedevi, il cielo e la luce che riveste il muro, le tegole, la lampada da esterni che adesso sarà sporca e arrugginita. Le mattonelle arancioni. Mia nonna che spariva non so dove. Io e te da soli, a terra come terra, come bambini.
Ridevi. Impigliati nel gioco non pronunciavamo che parole brevissime.

Il cielo è lattiginoso e più volte mi spiego dove sono, risalendo le cronologie impreviste che mi hanno portato qui. I martelli pneumatici e la vista di altre case, di palazzi scuri.

Se non fosse stato per il tuo cappotto nero avrei detto che era estate. Avrei detto che c’era troppa luce perché non fosse estate. E io non mi vedevo. E non aveva importanza, sembrava perfetto.
Ho preso un foglio e una penna e ho fatto la lista di tutte quelle cose che prima o poi ti avrei raccontato. Per non dimenticarle. Per crearle in quel momento. Perché significasse qualcosa quel momento. Ho scritto contro il silenzio bianco del foglio. Ho scritto contro i tuoi silenzi. Con l’inchiostro blu. Attorno le colline verdi. Dove sono nata, dove sono cresciuta, dove mi sono strappata, dove finalmente c’eri.

Ho provato a fermarti, dentro e fuori da questo delirio incosciente. Ma cambi e resti come un fiume. Più cerco di decifrare questa legenda più mi perdo. Attraverso le tue acque troppo vestita per immergermi del tutto. Un balcone piccolo ha sostituito la mia infanzia intera.

Non ricordavo niente al risveglio tranne il tuo sorriso.

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