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Garamond corpo 12 contro
Georgia corpo 11, non
è qui che affiliamo i palmi
porgendo l’uno all’altra il fianco:
ricerchiamo la pace
una scrittura armonica
come noi non siamo.

Affondando verticali
nel tentativo di scalare
o scavare, raggiungere
abissi, dov’è questa vertigine
che sento che sentiamo:
l’altare spoglio, l’alta menzogna
in cui sebbene soli
e impuri ci riconosciamo.

Controcanto

Tacevo
– tuo controcanto –
nel mattino che dissetava da qualche parte i fiori
pregavo il sole di non sorgere
più, e tu
nel freddo delle mia braccia
come uno stelo, tremavi.

Le persone le ho lasciate accadere, senza cercarle né respingerle.

La prima sera ho conosciuto Tonino, mi ha spiegato la stanza, ha aperto le ante di un armadio che conteneva un lavabo e due fornelli, un frigorifero. Faceva gesti ampi con le braccia, accogliendo me e tutta l’aria intorno. Questo è il telecomando della tv, questo è quello dell’aria condizionata, questa è la password per internet, e mentre mi parlava sorrideva a guance piene. Qualche giorno dopo mi ha vista uscire con le maniche corte, era tramontana ed era freddo. Dove vai senza giacca, mi ha chiesto, quasi nemmeno un padre. E qualche giorno dopo ancora mi ha portato un caffè al ginseng mentre misuravo, con le gambe incrociate, la panchina appena fuori dall’albergo, bianca, e mi sentivo troppo esposta al vento e a una certa ineluttabilità dei sentimenti.

Il secondo giorno Dalia mi accompagna al bar con un accento straniero. Le dico che a Lecce mi trasferirei, sperando sia lei a dirmi da dove viene. Lituana, è in Italia da tredici anni. L’Italia non le piace, Roma, Milano, troppa gente, troppa fretta, Lecce invece. Ha gli incisivi un po’ sporgenti e quando ride il naso somiglia a quello biondo di un furetto. Cammina veloce per via Lo Re, svoltiamo l’angolo, entriamo in un bar, uno qualunque del sud, stretto, con la gente in piedi, quelli che discutono del calcio con una cadenza che mi sembra familiare. Ordino un caffè macchiato e un pasticciotto che mi resta incollato sopra i denti. Il barista ha un sorriso a forma d’infinito e gli occhi vicini, troppo vicini tra loro.

Ho appuntamento con Giulio vicino porta San Biagio, un altro bar, tavoli fuori, alberi che grondano foglie. Ripassiamo il testo per un incontro che scopriremo avverrà soltanto il giorno dopo. Raggiungiamo piazza sant’Oronzo, un sole che disperde tenerezza. Ci sediamo su una panchina dando le spalle ai resti dell’anfiteatro. Reclino il capo all’indietro, trovando sostegno su un parapetto. Giulio alla mia destra scatta fotografie, di tanto in tanto cantiamo una canzone. Si avvicina Daudà, ha i denti bianchissimi, viene dal Kenya. Una volta non ero così, una volta tacevo. Adesso chiedo, il nome, l’età, da dove vieni, l’Africa ti manca, da quanto tempo sei qui. È così che scopro che per due anni è stato a Catania e da due anni è a Lecce e mi chiedo dove sarò io tra due anni, e cosa farò e con chi. Catania, Lecce sono uguali, dice. Dice anche qualche frase in catanese, elenca zone e quartieri per provare che è vero, e io mi riconosco in quelle parole, a distanza di non so quanti chilometri, dette da un ragazzo di ventiquattro anni che me ne dà venticinque e mi dice che sono simpatica, che rido, guarda come ride, dice, e mi indica la faccia a palmo aperto. Ci regala due bracciali. Il mio lo porto ancora adesso. Ci stringe la mano chiamandoci per nome, poi guarda verso il cielo, la statua del santo, gli angoli dei palazzi, raccoglie tutto con gli occhi, sorridendo come un campo aperto.

Quel pomeriggio siamo io e Giulio, seduti sugli scalini della chiesa di Sant’Irene. Il centro storico di Lecce è una chiesa ad ogni passo, un capogiro, finché non si confondono, altare sopra altare, colonne sopra colonne, finché non diventano tutte un fotogramma solo, a distanza di giorni, l’archetipo di ogni chiesa dove sposarsi e morire. Si avvicina Mimmo, ci chiede se siamo di Lecce, se possiamo dargli una mano, ha prenotato un alloggio su internet ma non trova l’indirizzo. Non siamo di qui, gli rispondo, ma magari possiamo aiutarti lo stesso. Non siamo di qui, gli rispondo, e mi chiedo perché si nasce sempre da un’altra parte, né giusta né sbagliata, solo un altro luogo, così che finché abbiamo fiato cerchiamo il posto che ci corrisponda, destinati a non riconscerlo anche dopo averlo trovato. Gli presto il mio telefono per fare una ricerca, si toglie gli auricolari, mi si siede accanto, è alto, magrissimo, un sorriso vago, è calabrese ma lavora a Pisa, il giorno dopo avrà il colloquio per un dottorato. Ha una macchia piccolissima sul colletto della polo.

Quando torno in albergo l’aria della stanza è rarefatta, realizzo molte cose tra cui il senso di un’angosciante solitudine dalla quale ho tutta l’intenzione di fuggire. Mi cambio, la matita sugli occhi. Non ceno, non ho mangiato tutto il giorno. Un’inappetenza che perdura e io ritrovo la causa nelle cose nuove. È questo che succede, ciò che non conosco in primo luogo mi leva il desiderio di vivere. Resisto per spirito di sopravvivenza, resisto tremando. Esco dalla stanza con le gambe molli. La stanza di un albergo che per sei giorni continuerò a chiamare casa.

Io, Giulio e Mimmo. Una traversa di piazza sant’Oronzo, ancora. C’è un leggio e dietro il leggio c’è una donna coi capelli ricci, biondi. Ci ferma, ci chiede se vogliamo che reciti un pezzo solo per noi. Parla di barbonaggio teatrale, è una definizione che non sento, me la ripete Giulio poco dopo. Elenca titoli e tariffe, dice che è una cosa intima, che vuole riscoprire il piacere di leggere, di recitare solo per qualcuno. Scegliamo un pezzo che costa tre euro, l’ha scritto lei, s’intitola REC, parla di una certa nausea, di una certa stanchezza che arriva quando se n’è andato tutto il resto. Così stiamo a sentirla, non sapendo bene dove guardare, mentre io tengo le mani lungo i fianchi, Giulio annuisce ad occhi chiusi e Mimmo tiene le braccia conserte. Alla fine un piccolo applauso, i soldi, dei sorrisi imbarazzati mentre mi chiedo che faccio anche se saprei benissimo che fare. Ci parla della Puglia, ci dice che vorrebbe partire, portare in tour il suo piccolo progetto. (Aveva gli occhi sconfinatamente buoni.) Ci incamminiamo per una via di cui non ricordo il nome. Torno indietro, le chiedo di abbracciarla. I suoi capelli sono capelli-cotone, capelli-nuvola, capelli-zucchero filato e la mia maglia è aperta sulla schiena e quando mi accarezza la sento pelle contro pelle, le dico in un orecchio che quella stanchezza l’ho provata anch’io. Mi dice l’abbiamo provata tutti, ma che bella che sei mi dice, mi accarezza una guancia e le do un bacio. Raggiungo Giulio e Mimmo, che intanto ha imparato e si sorprende appena.

Quella sera stiamo, semplicemente stiamo, seduti sul bordo di piazza Italia, con tre birre per le mani, a parlare di gatti e scattare foto sfocate per festeggiare gli incontri inattesi. Quando insistono per accompagnarmi a casa mi gira la testa, ascolto il rumore che fanno le palpebre di Mimmo mentre si schiudono sopra i ricami duri della basilica di Santa Croce, gli guardo l’orecchino, indovino il suo segno zodiacale, questo gioco che facciamo per metri, mentre s’innamora di certe case poco esposte ricoperte d’edera e rampicanti e Giulio spiega l’architettura leccese e come in molti punti gli ricordi Ortigia. Dicono che lo scorpione sia un brutto segno, conclude Mimmo, perché temono la nostra oscurità.

C’è poi una persona che non ho incontrato. Che mi ha fatto avere, per altre mani, una borsa di tela con un occhio. E quella persona ho cominciato a vedere davvero, molto più di prima, senza averle mai guardato gli occhi, dopo quei giorni leccesi di cui presto dimenticherò le cose essenziali. Quello che resterà è un elenco sterile di dettagli. Una piccola macchia sul colletto di una polo. I rasta di Daudà. L’anello di Rosanna. Gli occhi di un barista. Il caffè di Tonino. Il passo svelto di Dalia. La mia maglia arancione un pomeriggio di sole teso davanti Porta San Biagio.

 

Pietre

Ti nego
per tre volte al richiamo
del giorno come un traditore
esemplare, il cielo trasmigra
nel bianco dell’occhio, le chiese
si sfaldano sulle braccia
quello che resta tra pietra e pietra,
la pioggia
di una notte intera e i piedi
nudi contro un freddo straniero.

Sublimazione

È data la sublimazione
dalla tensione di vapore:
il corpo
si disfa
raggiunto il calore necessario.

La nausea cambierà d’aspetto,
ma dell’emorragia
dovrà restare
l’anguilla o almeno il sogno:

non sarò più il pensiero
accudito la notte
ripulito al mattino.

 

Acquasanta

Montagne russe
segnano solchi grossi
sulla pancia
dimmi come percuoterle
dimmi come frenarle
con quale uncino
strapparle
dimmi come rientrare
nei ranghi asciutti
perché ho sangue
dentro, non acqua
e mi dispero
come un fuoco
mi disperdo.

La costruzione della nostra storia, avvenuta interamente nella mia testa, è stata tortuosa e sfiancante. Prima ho dovuto amarti, poi ho dovuto crearti, dagli occhi alla bocca, dai gesti delle mani alle rughe. Ti ho vestito e poi ti ho dato un sentimento e il sentimento era la pioggia. Hai cominciato scrosciando, un temporale improvviso senza nuvole e anche se ricordo strade violente intessute di luce dentro di me piovevi bianco come latte.
Portarti avanti all’inizio è stato facile, rispondevi lieve ad ogni assalto e non mi importava della tua consistenza. Come intraprendere un cammino nuovo con le gambe ancora fresche di fatica e la pianura incoraggiante ad ogni passo. Ma più avanti ti sei fatto attrito, sangue rappreso, masso e impresa e lo stesso mi sono trascinata per la via, portandoti dentro come un voto o un organo sfatto di cui non è possibile privarsi.
Ad ogni stazione ho imparato per te parole nuove e altre ne ho dimenticate: breccia e peccato, incertezza, radice, purezza, intero, impero e regime, dolcezza, e meno splendevi più ti desideravo e più ti desideravo più vita tenevi. E mi hai condotta in luoghi che non conosco ancora, luoghi che ho smesso di vedere, piazze, boschi, paesaggi lunari dove ti aggiri come una cosa dimenticata e andata a riprendere.
Questo sei adesso: elastico, punto di forza a cui tendo nonostante cerchi di allontanarmi. Sei un chiodo conficcato nella schiena e la pelle – in quanto pelle – ti ha assorbito come un’abitudine, non bruci più, non ti rivolti più in infezione o turbamento.
Sei il sorso che bevo al mattino, prima di toccarmi la pancia, verificando che esisto, prima del risveglio dei muscoli, prima di sentire che ho braccia e piedi e gambe e ginocchia e palpebre e lingua, prima di sentirmi ti sento. Sei tu che cadi liquido e caldo – la bottiglia sudata accanto al letto dopo il riposo forzato – tra i denti, nella gola, lungo le pareti dell’esofago, scorri, chiamando il giorno. Ti risponde con rabbia ancora una volta l’abitudine di cui non sa che farsi il corpo, di cui non sa disfarsi il corpo e nella mente agisci come un ramo imbevuto d’aceto e la crosta delle ferite è sempre minacciata da dita irrequiete che ti cercano per il puro bisogno di cercarti.
Continuo a formarti in ogni parte visibile e invisibile di ciò che sono, ti trovo un posto dove puoi crescere, dove ti proteggo per tutto il tempo di questa gravidanza senza fine che mando avanti perché tu non lasci mai il mio grembo. E mi affligge e mi consola tutto questo silenzio attorno, il tuo silenzio come foglie di novembre, il tuo silenzio come un orizzonte, il tuo silenzio come la debole dedizione di un torturato, il tuo silenzio assoluto e indifferente, il tuo silenzio come Dio, il tuo silenzio come uno che non è mai esistito, il tuo silenzio come un pensiero, il tuo forte silenzio come un pensiero.

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