Dimenticare

L’ombra di questa pioggia,
il barlume secco dove non risplende
gioia, il furore smorzato, l’attesa
non riempita, questo smacco perenne

il non avere mai quanto si prega, mai
e la tua faccia si fa più opaca

tutto tranne la bocca, tutto
annega, raggela, anela
all’ingrata salvezza
che si annida nel dimenticare.

Stanze

Dimmi cosa si vede
nei buchi d’aria che noi respiriamo
come durare in un angolo
le scarpe da tennis
i vestiti rovesciati sulla sedia
il lenzuolo strappato tu
la pratica da assolvere
finché fiori bucato sperma
sul collo sui capelli pieghe
di cuscino dove ancora vivremo
nell’epica del sogno
violando il mare e noi creature
cosa resterà di tutto questo attraversare
usa pure l’asciugamano che vuoi
tanto non sono presente
e tu nemmeno e questo è l’attrito
di due corpi vuoti che si sovrastano.

Addomesticare le bestie

Cambia la lama del rasoio,
affila il dente, rimbocca
il veleno fino all’orlo.

Muta gli sguardi, gli umori
gli armamenti. Sotterrali.
Rovescia i polsi, porgili.

Fiuta nel fango l’odore
di muschio sospeso

gracile il balcone
dietro il vetro, ondeggia.

Solitudini

1.

Se n’era andata con quella certezza circa la solitudine. I locali brillavano di una luce al neon verde acido.
«Domani sarò a casa da sola ma non mi dispiace.»
«Una come te non è mai da sola.»
L’abbraccio si scioglieva come una neve scura lungo la strada. Quella notte dormì un sonno pieno e puntiforme. Nei suoi sogni costellazioni invisibili si inarcavano come palpebre.

2.

Chiudeva nel suo silenzio molte voci che l’avevano attraversata fino ad annientarla. La lotta era stata sottile e continua, e perdurava. Stentava a riconoscersi, a me sì cara vieni, pulendo il lavello fino a farlo brillare, e l’infinita vanità del tutto, lavandosi le mani molte volte, la vena, presto, la vena, immergendo le federe dei cuscini nella candeggina, tra noi la voce non conduce e arriva, infilando vestiti monocolore nella lavatrice, visto che mi navighi nel sangue, levando fino all’ultimo baluginio di polvere dal davanzale, il dentro che attraversi è nebbia spessa. Non era. Niente più di guscio riempito, la vita che altri avevano vissuto o creato prima di lei viveva al posto suo. Il lavello brillava, senza resti, senza macchie, gli era stata restituita una verginità spaventosa.

3.

Sotto un cartellone pubblicitario con un font gigantesco, rapace, multicolor è parcheggiata una macchina scura, la notte è illuminata a tratti, dentro i due si guardano, con le gambe un po’ piegate tendendo l’uno all’altra, almeno nelle intenzioni (i corpi avevano ripreso, poi nuovamente smesso, l’abitudine antica di congiungersi, ma dopotutto non era sembrato sufficiente), e nell’abitacolo si respira un’aria di prossimità e calore, un lieve terrore, quando basterebbe un gesto (sebbene lei non sappia dire quale), una parola (nonostante lui ne pronunci molte e quasi tutte condivisibili), un’azione di rivolta che sappia ricucire le loro vite, che renda merito al destino contorto che li ha trascinati lì, in quel luogo, in quel momento, dopo anni in cui a insaputa l’uno dell’altra si erano cercati osservati chiamati, ma quella distanza, quel precipizio sul cui orlo si erge il freno a mano, sembra, per qualche ragione, insormontabile.

4.

È solo il vuoto attorno a un corpo
– sebbene sia troppo affollato il raggio –
e un corpo solo svuota il cuore
e cavo è il cavo: lo spazio avanza.

Il corpo del nostro testo

Garamond corpo 12 contro
Georgia corpo 11, non
è qui che affiliamo i palmi
porgendo l’uno all’altra il fianco:
ricerchiamo la pace
una scrittura armonica
come noi non siamo.

Affondando verticali
nel tentativo di scalare
o scavare, raggiungere
abissi, dov’è questa vertigine
che sento che sentiamo:
l’altare spoglio, l’alta menzogna
in cui sebbene soli,
impuri, ci riconosciamo.